Nessuna nave da guerra degli Stati Uniti o altri mezzi navali della Nato (se si escludono le nazioni costiere) sta attualmente operando nel Mar Nero. Nel frattempo ci sono arrivate sei navi da sbarco russe delle flotte del Baltico e del Nord, dopo essersi fermate alla base russa di Tartus in Siria

La Jamestown Foundation nei giorni scorsi ha fatto circolare una mail in cui esprimeva profonda preoccupazione per quelli che sembrano essere i preparativi per un grande assalto anfibio alla costa ucraina del Mar Nero. È una lettura interessante perché l’aspetto marittimo della crisi russo-ucraina è molto spesso sottovalutato, ma da anni il Mar d’Azov, la sacca in cui il bacino viene chiuso dallo stretto di Kerč (dove la Russia ha costruito un ponte lungo 19 chilometri per unire fisicamente la Crimea al mainland di Krasnodar), è uno dei centri di tensione. Tra l’altro quella è stata l’unica area in cui tra Kiev e Mosca c’è stato uno scontro militare condotto da uomini in divisa.

Il presidente di Jamestown, Glen Howard, si dice “allarmato” dal fatto che nessuna nave da guerra degli Stati Uniti o altri mezzi navali della Nato (se si escludono le nazioni costiere) stia attualmente operando nel Mar Nero – e nemmeno sia apparentemente pianificato un dispiegamento. “Quella cospicua assenza riduce drasticamente la capacità della Nato e dell’Ucraina di scoraggiare il Cremlino su questo importante fronte marittimo”, dice la mail della fondazione.

Facendo eco a queste preoccupazioni, il membro del consiglio della Jamestown ed ex Comandante supremo dell’alleanza Philip Breedlove ha affermato che il potenziamento militare in Crimea “ha tutte le caratteristiche di un potenziale assalto anfibio all’Ucraina”. Ha aggiunto: “È importante che la Nato sviluppi un modello più ampio di presenza nel Mar Nero, poiché la presenza degli Stati Uniti e della Nato assicura gli alleati, crea un effetto deterrente sulla Russia e rafforza la sicurezza navale ucraina”. Stessa opinione per Ben Hodges, ex comandante di Us Army Europe, che su LBC News aggiunge: “La Turchia dovrebbe limitare il movimento della Marina russa attraverso gli stretti [accusandolo] per le violazioni russe della Convenzione di Montreux […] ma Ankara dovrebbe essere sicura al 100 per cento che gli Stati Uniti non li lasceranno esposti alla punizione del Cremlino. Ciò significa che abbiamo bisogno di una strategia per la regione del Mar Nero”.

Al momento invece, non solo gli Stati Uniti non hanno alcuna risorsa navale nel teatro, ma secondo quanto ufficiale e noto non hanno nemmeno chiesto alla Turchia di inviare navi da guerra nel Mar Nero — come dettato dalla Convenzione di Montreux del 1936, gli stati non litoranei sono tenuti a registrare una richiesta ufficiale con almeno 15 giorni di anticipo se intendono inviare navi militari attraverso gli stretti turchi e il Mar di Marmara.

Nel frattempo, sei navi da sbarco russe delle flotte del Baltico e del Nord, che erano precedentemente arrivate alla base navale russa di Tartus in Siria, sono state trasferite nel Mar Nero l’8 febbraio per partecipare alle manovre militari dell’esercito e della marina russa. Il passaggio attraverso la postazione siriana ha dimostrato ancora una volta l’importanza della struttura del Levante per la flotta mediteraea di Mosca.

Come nel caso della base aerea russa di Khmeimim in Siria, le cui capacità sono state recentemente ampliate, Tartus non serve solo come punto d’appoggio della Russia in Medio Oriente, ma anche da elemento infrastrutturale militare dall’alto valore tattico e strategico nel confronto globale di Mosca con Washington e Bruxelles. E il tema che ruota sui movimenti militari attorni all’Ucraina non è tanto una voglia di conquistare il Paese da parte di Vladimir Putin, ma piuttosto la volontà del Cremlino di ristabilire un ecosistema di coabitazione, con pesi e contrappesi, con l’Occidente.

Lo ha spiegato anche il presidente francese, Emmanuel Macron, che in questi giorni è stato il leader europeo che ha cercato di incorciare i contatti con Putin e quelli con Joe Biden. Macron e il russo si sono parlati al telefono per quasi due ore sabato 13 febbraio; poco dopo Putin ha avuto una conversazione con l’americano, e infine il francese ha parlato con Biden, con il cancelliere tedesco e col presidente ucraino (a cui ha chiesto maggiore disponibilità nell’implementazione i colloqui di pace per il Donbas che ruotano attorno al Formato Normandia).

Gli incroci diplomatici viaggiano sopra alle evoluzioni a terra e su mare. Sempre sabato sono state diffuse le immagini di alcuni sottomarini Classe Kilo russi nel Mar Nero (uno transitava in emersione lungo lo stretto dei Dardanelli) altri individuati tramite immagini satellitari open source mentre venivano caricati di missili Kalibr fermi al porto di Sebastopoli, in Crimea. Nelle stesse ore il ministero della Difesa russa faceva uscire sui canali media statali la notizia che un’unità navale di Mosca aveva “scacciato” da acque territoriali russe un sottomarino americano a migliaia di chilometri dall’area calda europea, attorno alle isole Curili nel Pacifico.

Fyodor Lukyanov, direttore di Russia in Global Affairs, ha detto al New Yorker: “Sembra un classico gioco diplomatico di escalation, in cui entrambe le parti, Russia inclusa, dimostrano la loro irremovibilità con gesti piuttosto drammatici”. Sulle dinamiche in atto “indubbiamente, l’operazione siriana ha dato fiducia a Mosca per azioni anche in altre aree”, ha detto invece Leonid Isaev del Wilson Center ad Al-Monitor: e questo “sia in termini di comportamento in Ucraina che in termini di comportamento verso la Nato”, perché “grazie alla politica russa in Medio Oriente, il Cremlino ha imparato ad alzare la posta in gioco, ha imparato a bluffare e ha imparato ad articolare la sua posizione e a lanciare ultimatum“.

Il ruolo della Siria – dove Putin ha spinto i russi nella guerra civile per sostenere il regime assadista – è cruciale per la maturazione attuale di Mosca. Ha permesso al Cremlino di diffondere all’interno e all’esterno gran parte della propria narrazione, è stata un’occasione per testarsi realmente sul campo operativo, e per misurare la reazione della Comunità internazionale davanti alle sue scelte a un anno dall’annessione della Crimea. “La campagna in Siria ha certamente giocato un ruolo nel confronto Russia-Occidente”, spiega Samuel Ramani del Royal United Service Institute (RUSI): “La Russia ha dimostrato che potrebbe intervenire militarmente in modo decisivo con una risposta occidentale incoerente”, e inoltre, “l’uso della Russia di nuove tecnologie militari ha creato un utile precedente per interventi altrove, anche nello spazio post-sovietico”.

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