La supremazia dell’Unione sugli standard tecnologici è minacciata da Pechino, e Bruxelles vuole salvarla – facendo sponda con Washington. Ecco perché su questa battaglia si gioca il futuro di tecnologia digitale, verde e democratica

 

Tempo di agire come si addice a una potenza regolatoria. La Commissione europea ha presentato una strategia sulla standardizzazione pensata per non perdere la dominanza sugli standard tecnologici, specie nel campo delle tecnologie digitali e verdi. L’obiettivo è contrastare l’influenza cinese e contenere l’emergere di standard a misura di autocrazia; per farlo Bruxelles intende allearsi con Washington.

È una partita che l’Ue gioca in casa. Tutti i commercianti, europei e non, che vogliono approfittare del mercato unico più grande al mondo si devono adeguare ai severi standard europei. Per decenni l’Ue ha potuto esportarli e forzarne l’adozione anche nei Paesi terzi, aumentando il proprio potere commerciale (chi definisce ha un vantaggio progettuale, dunque commerciale) e l’influenza geopolitica, perché gli standard tecnici sono anche plasmati da un’idea di società.

L’approccio europeo è stato riassunto dal commissario per il mercato interno, Thierry Breton, durante la conferenza stampa di presentazione: “vogliamo essere aperti, ma alle nostre condizioni […] vogliamo guardare a come la standardizzazione si adatta alle nostre necessità e priorità politiche”. L’influenza cinese nel settore sta aumentando “massicciamente”, ha continuato il funzionario, dunque serve assicurarsi che quella europea non venga ridotta. E fare sponda con i partner per “armonizzare l’approccio”.

Una battaglia strategica

Secondo il documento presentato mercoledì, Bruxelles rischia di perdere la leadership in settori di importanza cruciale come batterie, riconoscimento facciale e gemelli digitali. Il testo avverte che “la competitività globale e l’autonomia strategica dell’Ue sono a rischio” assieme alla “capacità dell’Ue di promuovere i suoi valori”, perché altri attori globali hanno seguito un “approccio molto più strategico” nello standard setting e piazzato alleati nelle organizzazioni di riferimento.

Margrethe Vestager, commissaria alla concorrenza, ha spiegato al Financial Times che la nuova strategia è stata progettata per garantire che l’Europa continui a fissare i punti di riferimento internazionali che guidano lo sviluppo delle tecnologie. “Questo è strategico. È molto, molto importante chi stabilisce gli standard perché dovrebbero permettere al mercato di funzionare, ma non di rendere difficile l’innovazione”, ha spiegato, aggiungendo che l’Ue intende attuare il piano “il più velocemente possibile”.

La rete secondo Pechino

C’è poco da girarci intorno: la strategia vuole contrastare l’appetito cinese per la definizione di nuovi standard di tecnologie chiave come il 5G. La stessa Vestager ha ricordato il tentativo di Cina e Huawei di ridisegnare gli standard globali di internet, a marzo 2020, con una proposta all’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu) delle Nazioni Unite.

Presentato come la base per l’internet del futuro, il loro protocollo “New IP” avrebbe di fatto reso la rete molto più adatta al controllo da parte delle autorità statali. Non stupisce che solo pochi Stati, tra cui la Russia, abbiano sostenuto la proposta cinese, che è stata accantonata. Ma Pechino non ha mai smesso di muoversi: oggi sta scrivendo “China Standards 2035”, una strategia che si propone di fissare i nuovi paletti in campi cruciali come il 5G e l’intelligenza artificiale.

La sponda americana

Intanto i regolatori europei e americani guardano con preoccupazione al numero di alleati cinesi in posti chiave nell’Itu e altri organi regolatori, come l’Organizzazione internazionale per la normazione (Iso) e la Commissione elettrotecnica internazionale, entrambe con sede a Ginevra. La Cina è diventata più abile a esercitare pressioni in questi e altri enti, inclusi quelli europei, e i suoi sforzi aumentano di intensità e aggressività.

Per fare fronte all’influenza del Dragone l’Ue intende ricorrere ai propri legami commerciali con Paesi terzi e alle proprie alleanze. Bruxelles ha fatto esplicito riferimento al Ttc, il Consiglio commercio e tecnologia, ossia il forum permanente con gli Stati Uniti per coordinare e armonizzare l’approccio alle questioni più dirimenti in campo tech. Nel prossimo summit in Francia, a maggio, Washington e Bruxelles potrebbero avere un piano d’azione comune in tema di standard setting.

L’interferenza da ribilanciare

A ogni modo, ci sono nodi da dirimere anche tra Ue e Usa. In conferenza Breton ha ricordato quando la Commissione nel 2020 chiese all’Istituto europeo per le norme di telecomunicazione (Etsi) di fornire uno standard per rendere gli smartphone compatibili con il sistema di navigazione satellitare europeo, Galileo. La richiesta fu rifiutata, su pressione degli attori non europei; i due sistemi più diffusi erano, e sono, Gps (Usa) e Glonass (Russia).

Bruxelles è preoccupata per l’influenza e il potere di voto che aziende extraeuropee, come quelle americane, detengono all’interno di Etsi, che è open by design. “Alcune multinazionali hanno acquisito più voti degli organismi nazionali di standardizzazione che rappresentano l’intera comunità degli stakeholder”, si legge nel testo della strategia.

La reazione della Commissione è una proposta di modifica delle regole europee per restituire potere agli organismi di standardizzazione nazionali. Potranno decidere “nelle fasi critiche dello sviluppo di norme corrispondenti a un mandato di standardizzazione europeo” come le specifiche tecniche, le norme europee o le norme armonizzate. “Siamo stati troppo naive in passato. Non possiamo essere aperti a qualsiasi prezzo, e penso che questo sia stato il nostro errore. Impariamo dal passato, proteggiamo le nostre aziende”, ha detto Breton.

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