Rispolverare Sir Halford Mackinder per capire la crisi ucraina. Quella Russia “circondata ed isolata, priva di sbocchi utili sui mari caldi” è la stessa che oggi, con Putin, cerca ossigeno per sfuggire all’isolamento (cinese). Il commento del generale Mario Arpino

Guerra o pace? Nessuno vuol parafrasare Lev Tolstoj, quindi non è il caso di preoccuparsi. Però qualcosa in comune c’è: se le cose continuano così, lo storico che si incaricherà di scrivere un libro sulla vicenda ucraina dovrà andare molto oltre le 1463 pagine (36 ore di lettura) che aveva prodotto l’autore di “Guerra e Pace”.

Infatti anche questa sembra ormai essere una storia infinita, confusa ed anche noiosa. I social non si lasciano scappare nulla di serio, e i comunicati ufficiali sono ancora più ermetici, con il risultato di non farci capire nulla. Sarà un difetto di sistema, oppure sono due dei tre principali attori (tutti gli altri sono solo comparse) che intenzionalmente, sparandole grosse, continuano a fare sciarada? Il terzo, la Cina, per il momento è silente, ma osserva con grande attenzione. Avendo ormai portato il giuoco agli estremi, i casi sono due: o Russia e Usa non sanno più cosa fare, oppure lo sanno, ma non possono. C’è anche un terzo caso, al quale qualche illuminato comincia a pensare: forse la guerra c’è già, è scoppiata da tempo e nessuno se ne accorge.

La vera guerra potrebbe essere proprio questo stallo, in cui anche carri armati, missili ed artiglierie sono solamente comparse. Lo stallo, che alla lunga produce anch’esso logoramento mentale, materiale e di risorse vitali. Chi resiste più a lungo, fatti salvi inutili episodi provocatori, alle fine è quello che vince. Ma facendo bene attenzione a che anche l’altro non perda la faccia: far incattivire il nemico è sempre un errore.

Questa continua sfilata di leader nelle Capitali e questa varietà di incontri, sempre inconcludenti, potrebbero essere la lunga e logorante tecnica di duello nelle “nuove” guerre ibride. Parlare molto, e combattere poco. Per arrivare ad un paio di accodi bilaterali ”palesi”, che sono quelli utili a ripulire la faccia, e ad un unico accodo “segreto” che, con qualche perdita accettabile per entrambi, porterà ad una soluzione almeno stabile, se non duratura. Se facciamo mente locale alla crisi dei missili sovietici a Cuba (parliamo dell’autunno 1962), ci accorgiamo che allora la questione si era risolta proprio cosi.

D’altro canto, il supporto della forza alla diplomazia si può esplicare in vari modi. Alcune attività si svolgono con modalità parallele a quelle della diplomazia, altre le precedono ed altre ancora, quelle brutali, le seguono in caso di insuccesso. “Fino  quando ci si siede attorno ad un tavolo, non si spara”, si usava dire un tempo. Sarà vero anche con la guerra ibrida? A maggior ragione, verrebbe da pensare. Ma la vita è fatta di sorprese.

Se cerchiamo di guardare alla crisi ucraina (a quella attuale, che pure è parente stretta delle mille crisi succedutesi nei secoli), ci accorgiamo, seguendone il percorso, che siamo esattamente nella fattispecie. Nulla di nuovo sotto il sole, e tutto prevedibile anche se si limita l’analisi alla geopolitica dei continenti. Sir Halford Mackinder, con il famoso articolo “The geographical pivot of history” ci viene in soccorso sin dagli inizi del XX secolo con le sue predizioni sul comportamento della Russia, individuata come “massa continentale centrale circondata ed isolata, priva di sbocchi utili sui mari caldi (non ghiacciati)”.

Continuava sostenendo che “…occorre impedirle l’accesso ai mari liberi, se le si vuole impedire l’egemonia mondiale”. Allora, la rivoluzione di ottobre era ancora di là da venire e l’Artico non dava, come oggi, segno di volersi scongelare.

A rincarare la dose ci pensa cinquant’anni dopo l’americano Nicholas Spykman, che nel suo libro “La geografia della pace” valorizza la posizione forte dell’America tra due grandi oceani e, richiamando Sir Mackinder, vede come grande pericolo il congiungimento  (politico, oltre che geografico) della massa continentale eurasiatica (principalmente Russia e Cina) con le propaggini esterne affacciate sui mari caldi. Lo slogan che ne deriva recita all’incirca così: “Chi controlla gli sbocchi sui mari navigabili (Rimland) controlla l’Eurasia. Chi controlla l’Eurasia controlla il mondo”.

Non ci vuole molto per comprendere i riferimenti antichi (ancora non c’erano Spazio e Cyber) di ciò che stiamo osservando già da qualche anno, e che oggi appare in pieno sviluppo. Ecco perché abbiamo detto che America, Russia e Cina sono i veri attori, e tutti gli altri null’altro che comparse. È dalla crisi del 2014 che gli Usa continuano a rifornire di equipaggiamenti ad alta tecnologia e moderni armamenti all’Ucraina, ma l’escalation da parte di Putin è iniziata solo nel corso del 2021, ovvero dopo aver osservato il maldestro avvio della presidenza Biden, ed avendone analizzato insufficienze e tendenze.

Gli errori Usa (come gli accordi con i Talebani e la strana uscita dall’Afghanistan), hanno fatto optare Putin per l’incremento dell’accerchiamento dell’Ucraina, in parallelo al suo potenziamento militare da parte Usa. Biden sa che forti sanzioni spingeranno necessariamente la Russia di Putin ad un innaturale abbraccio con la Cina, che lui invece vorrebbe poter controllare con le annunciate iniziative di stampo obamiano nell’Indo-Pacifico. Ha quindi necessità di liberarsi quanto prima dal problema Ucraina, del quale cercherà in tutti i modi di accelerare la consegna in “gestione controllata” alla Nato ed all’Unione Europea.

Però si rende conto che è necessario farlo presto, altrimenti la Cina ne trae un vantaggio già pianificato dall’altra parte del mondo. Solo così, a nostro avviso, si possono spiegare i troppi squilli di tromba del Dipartimento di Stato e la nuova, sorprendente, loquacità della Cia.

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