Da questa crisi potrebbero scaturire opportunità per entrambi i lati dell’Atlantico. Ma i 27 devono costruire sullo spirito di solidarietà comune ritrovato in queste settimane e investire decisamente sull’integrazione in ambito difensivo, nell’interesse di tutto l’Occidente. Il commento dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

Is America back? Dopo il viaggio di Joe Biden in Europa, potremmo dire proprio di sì. Il trittico G7-Nato-Consiglio europeo, insieme alla visita al comando Nato in Polonia, rappresentano un’azione dal profondo significato politico da parte del presidente statunitense, che da quando è iniziata l’invasione russa in Ucraina si è sempre comportato per rafforzare i legami con il Vecchio continente e ridurre la distanza tra le due sponde dell’Atlantico. Cerchiamo però di leggere questa dinamica da entrambi i lati, ovvero con “occhi” sia americani che europei.

Dal lato di Washington, la situazione attuale offre una grande opportunità per rilanciare l’Alleanza atlantica dopo anni in cui, con Donald Trump, Stati Uniti ed Europa si erano allontanati sotto ogni punto di vista: politico, economico, strategico. Non vogliamo certo affermare che gli Stati Uniti abbiano l’interesse a fomentare la guerra tra Kiev e Mosca, utilizzando l’Ucraina come una sorta di alleato “per procura” per riprodurre dinamiche da Guerra fredda che non vedevamo da oltre trent’anni. Ma a Biden questa crisi internazionale può far gioco nel ricompattare l’Occidente e nel ritrovare una visione strategica comune, potendo richiamare gli alleati Nato all’impegno di aumentare le spese per la Difesa per tendere al “fatidico” traguardo del 2% del Pil.

In questo senso è stata la Germania a fare la prima mossa, con il cancelliere Olaf Scholz che ha dimostrato che “c’è vita” anche dopo quasi vent’anni di Angela Merkel; e Mario Draghi gli ha fatto eco pochi giorni fa, anche se l’annuncio del presidente del Consiglio relativo all’aumento delle spese militari sembra davvero difficile da realizzare se pensiamo che andiamo verso un periodo in cui i cordoni della borsa si dovranno giocoforza restringere. Insomma, in un momento in cui gli Stati Uniti si stavano rivolgendo con maggiore attenzione al quadrante dell’Asia-Pacifico (consci che il vero scontro geopolitico dei prossimi anni sarà con la Cina), avere un’Europa più coesa e disposta a fare la propria parte anche a livello difensivo non può che fare comodo a Biden.

Dal lato di Bruxelles, invece, appare sempre più evidente che, in ambito militare, procedere in ordine sparso non serve più a nessuno. Le minacce esterne esistono ancora, come l’azione ostile della Russia ha reso lampante in queste ultime settimane. Ben vengano dunque i progetti per destinare maggiori risorse alla Difesa, nella misura in cui si inseriscano in un progetto condiviso e che possa rendere l’Unione europea più autonoma dall’alleato statunitense. In questo senso, il passo in avanti compiuto pochi giorni fa per l’istituzione di una forza di risposta comune di 5000 uomini nell’ambito della cosiddetta Bussola Strategica (Strategic Compass) è un passo in avanti significativo, ma del tutto insufficiente: in un momento in cui la Russia ha quasi 200mila soldati che premono ai confini dell’Europa, è evidente che il dispiegamento di un contingente europeo di queste dimensioni avrebbe un impatto del tutto trascurabile.

Gli Stati membri dell’Unione europea devono dunque prima di tutto elaborare un disegno strategico comune: per questo, prima della burocrazia brussellese deve entrare in gioco la politica, favorendo un accordo per una cooperazione rafforzata in ambito securitario che stabilisca priorità, azioni e modalità con cui perseguirle. A questo si dovrebbe poi accompagnare la volontà di rafforzare un’industria comune della Difesa a livello continentale, convogliando maggiori investimenti in ricerca e sviluppo per favorire una produzione comune di armamenti che possa coagularsi attorno ai grandi “campioni” nazionali. A oggi esistono infatti troppi modelli diversi di armi con il risultato di una babele sul piano operativo e di quello dell’industria della Difesa che è inefficiente sia a livello economico che politico.

Inoltre, anche i settori a supporto di quello militare, ovvero logistica e comunicazioni, dovrebbero andare di pari passo favorendo lo sviluppo e l’applicazione di tecnologie comuni (anche con riferimento allo spazio, dove si combatteranno probabilmente le guerre di domani). Infine, un riferimento al nucleare: la Francia è attualmente l’unico Stato dell’Unione europea a possedere armi di questo tipo. Se davvero si vuole andare verso una Difesa comune, anche questo strumento (ovviamente da utilizzare solo a scopo di deterrenza) dovrebbe essere progressivamente messo a fattor comune per renderlo sempre meno rischioso e far sì che tutti gli Stati procedano in maniera allineata.

Insomma, da questa crisi potrebbero scaturire opportunità per entrambi i lati dell’Atlantico. Un’Europa più forte e autonoma dovrebbe essere vista positivamente da Washington, nell’ottica di poter spendere meno risorse in prima persona per la difesa del Vecchio continente. L’Unione europea però deve riuscire a costruire sullo spirito di solidarietà comune ritrovato in queste settimane e investire decisamente sull’integrazione in ambito difensivo, nell’interesse di tutto l’Occidente.

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