Didi Chuxing, l’Uber cinese, aveva annunciato l’addio alla Russia per paura di rimanere impantanata in un mercato fortemente sanzionato. Poi il dietrofront dopo soli cinque giorni, probabilmente su indicazione di Pechino. Che continua a ribadire l’importanza della pace, ma nel frattempo sfrutta l’occasione per inserirsi e cogliere le opportunità che arriveranno

Addio, anzi no. La decisione di Didi Chuxing, colosso cinese del ride-hailing, di lasciare il mercato russo in seguito all’invasione in Ucraina è durata solo cinque giorni. Poi il dietrofront, con tanto di annuncio di come l’azienda avrebbe “continuato a servire conducenti e passeggeri in futuro”. La garanzia è arrivata molto probabilmente da Pechino, che chiede una risoluzione diplomatica alla guerra ma allo stesso tempo non può voltare le spalle alla Russia in un momento del genere. Non così almeno, dato che la Cina continua a condannare le sanzioni unilaterali inflitte dall’Occidente. Accettare che un’azienda come Didi, considerata il rivale cinese della statunitense Uber, facesse le valigie avrebbe lanciato un segnale di impotenza.

Eppure Didi temeva le ripercussioni delle sanzioni, specie in un periodo poco florido per i suoi affari. Nei primi nove mesi dello scorso anno, la società ha dichiarato perdite per 49,16 miliardi di renminbi. Pur essendo attiva soprattutto in Cina, nei mercati internazionali la situazione non è migliore. In 18 Paesi ha fatto registrare perdite totali pari a quasi 4 miliardi di Rmb, su 2,58 miliardi di ricavi. La crisi è testimoniata anche dal taglio del 20% sul personale, così come dalla riduzione della quota aziendale sul mercato nazionale del trasporto a motore, passata in sette mesi dal 90% al 70%. Come spiega il Financial Times, la ragione della crisi sembra trovarsi nell’azzardo dello scorso luglio, a ridosso delle celebrazioni del Partito comunista cinese, quando Didi decise di quotarsi alla borsa di New York con un’offerta pubblica iniziale da 4,4 miliardi di dollari. Al governo di Pechino non era stata garantita la sicurezza dei dati da parte dell’azienda, accusata anche di aver ingaggiato autisti e utilizzato vetture non in regola. Da quel momento, sono iniziate le pressioni.

Era il 30 giugno scorso e Didi ha fatto marcia indietro nel giro di soli sei mesi, quando a dicembre il suo titolo era crollato del 44%, annunciando un piano di delisting dagli Usa e l’intenzione di trasferirsi ad Hong Kong. Venerdì scorso, il titolo ha chiuso a 4,02 dollari, oltre il 70% al di sotto del prezzo dell’IPO. Da quell’operazione nefasta si è pertanto innescata una reazione a catena negativa che ha pesato sui conti dell’azienda. La guerra in Ucraina e le imminenti sanzioni occidentali, dunque, non potevano che mettere ancor di più in allarme il Ceo Cheng Wei.

Fosse per lui, avrebbe fatto baracca e burattini e poi salutato la Russia, ma l’indicazione arrivata da Pechino è stata un’altra. Anche se ufficialmente è stata una presa di posizione di uno dei senior manager della società, che avrebbe spiegato ai suoi colleghi come un addio avrebbe dato un pessimo segnale, appare più probabile un’incursione del partito di governo. Una mossa del genere, infatti, poteva assomigliare a una tacita intesa con l’Occidente. Non a caso, l’idea che Didi fosse leale a Stati Uniti ed Europa era circolata anche su alcuni commenti social.

Didi perciò non poteva andarsene e non se ne andrà, perché sarebbe un affronto troppo grande nei confronti della Russia. La Cina continua a confrontarsi con i leader occidentali – ieri c’è stato il colloquio tra Xi Jinping, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz – e a ribadire la sua contrarietà a interventi che violano la sovranità di qualsiasi nazione. Oltre a questo, però, non va.

Ancor più delle altre alleanze, infatti, quella tra Russia e Cina è basata sul mero interesse. Per Pechino conta la stabilità economica e, laddove possibile, accrescere la propria influenza. La situazione che ucraina può aiutare il secondo obiettivo, visto che le aziende russe dovranno rivolgere lo sguardo a Oriente. Ad esempio, a sostituire i servizi di Visa ci sta pensando il suo sosia cinese UnionPay, con cui una grande banca russa ha firmato accordi. Anche Lenovo è stata fortemente giudicata in patria quando un notiziario bielorusso ha riportato la notizia sul blocco delle vendite dei suoi prodotti in Russia. Non è chiaro da dove arrivasse questa informazione, fatto sta che Lenovo non ha rilasciato alcun commento e, per il momento, continua ad operare nel mercato russo.

Così come tutte le aziende cinesi, che vedono la diaspora delle aziende rivali come un’occasione per imporsi in Russia. Almeno fino a quando sarà in grado di resistere in una situazione in continuo peggioramento, con le sanzioni occidentali sempre più dure e restrittive. Tanto per dirne una, i chip che le società cinesi utilizzano per la realizzazione di smartphone così come di auto elettriche sono di fabbricazione statunitense.

Le stesse Huawei e Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC) sono soggette a restrizioni da parte di Washington. Insomma, anche la Cina dovrà ragionare sulla convenienza di rimanere in un mercato martoriato da sanzioni mai viste prima e dovrà calcolare fin dove potrà spingersi, per evitare di finire anche lei nel mirino dell’Occidente – una prospettiva che non lascia per nulla sereni. Un problema che sorgerà in futuro, forse, dato che per adesso Pechino intravede nella Russia solo una grande opportunità.

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