Il segretario di Stato americano ha il compito di rassicurare gli alleati americani in Medio Oriente sul fatto che gli Usa resteranno presenti. Mentre si avvicina il Jcpoa

Funzionari israeliani e palestinesi dicono al sito Axios che il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, sta definendo la data per un viaggio in Medio Oriente che ci sarà già questo mese. L’informazione, nuova e non smentita da Foggy Bottom, è interessante perché oltre alle tappe in Israele e Palestina, il capo della diplomazia americana farà visita in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Lettura di fondo: Blinken andrà di persona a parlare con due grandi alleati mediorientali degli Stati Uniti che in questi giorni stanno dimostrando pubblicamente tutta la frustrazione accumulata mese dopo mese per il deperimento dei rapporti con Washington. Soprattutto i sauditi, che flirtano con la Cina e non ne vogliono saperne di far saltare un accordo con la Russia sul petrolio (in sede Opec+) per accontentare le richieste statunitensi di aumentare le produzioni e riequilibrare con forza il prezzo del petrolio alterato dalla guerra di Putin.

Secondo quanto raccontato da una fonte diplomatica europea, l’atteggiamento di Joe Biden nei confronti dei sauditi è “Obama on steroirds”, ossia segue una linea molto idealista discostandosi sia dalla relazione quasi familiari improvvisata da Donald Trump, che aveva fatto innervosire gli apparati americani, che dai rapporti classici delle amministrazioni Clinton e Bush. Dietro a questa linea severa dell’attuale Casa Bianca c’è una necessità politica narrativa: Biden vuole essere il leader delle Democrazie globali e non può permettersi flirt troppo sbilanciati con certe monarchie — sia per ragioni di consenso interno sia per mandare un messaggio ai partner e rivali internazionali.

Dal Golfo quei Paesi si sentono strumentalizzati: non accettano l’essere usati come paradigma, anche perché stanno affrontando cambiamenti faticosi e pericolosi per aprire (per quanto possibile) i regni al futuro. Un processo che passa non solo dalle complicate differenziazioni economiche dal petrolio, ma anche dal far percepire i propri stati meno chiusi di quel che sono. Lo fanno perché quelle differenziazioni richiedono la possibilità di creare nuove forme di dialoghi economici, ma anche perché le nuove generazioni interne (demograficamente predominanti) è questo che chiedono all’alba dell’Internet 3.0.

Quello di Blinken sarebbe il suo primo viaggio a Riad e Abu Dhabi da quando è entrato in office oltre 27 mesi fa. Per confronto, la prima, pomposa visita dell’amministrazione Trump fu nel Golfo nel maggio 2017, ossia a cinque mesi dall’Inauguration. Biden non ha ancora mai parlato direttamente con l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman, ma scelto di avere un dialogo solo con Re Salman, e questa è percepita (a ragione) come una legittimazione del ruolo di factotum della regno che il principe ha cercato di costruirsi dal 2015 a oggi (ruolo che non piaceva troppo a Barack Obama e che invece Donald Trump ha implementato).

Questa posizione severa sta in piedi su una consapevolezza: gli Stati Uniti da decenni forniscono protezione al Golfo, difesa e sicurezza contro nemici d’ogni genere, siano le formazioni terroristiche jihadiste che detestano le famiglie regnanti perché considerate takfiri corrotti dall’Occidente, siano l’Iran — potenza competitor regionale che continua a usare il proxy religioso (sunniti contro sciiti) per spingere una rivalità geopolitica totale (esistenziale).

Il viaggio di Blinken arriva in un momento particolare proprio del dossier iraniano. È stata raggiunta un’intesa per ricomporre il Jcpoa — l’accordo per il congelamento del programma nucleare iraniano in cambio dell’eliminazione delle sanzioni. Sanzioni che sono state rimesse da Trump a seguito del ritiro americano dal deal d’epoca obamiana deciso dall’allora presidente per accontentare i partner mediorientali che del Jcpoa sono sempre stati scontenti perché concedeva troppe apertura alla Repubblica islamica.

Ora gli americani devono parlare con quegli alleati, che nel frattempo — anche grazie agli Accordi di Abramo — hanno normalizzato le relazioni reciproche e iniziato a muoversi più indipendentemente. Washington vuole evitare però che questa indipendenza si trasformi in azioni pericolose per la stabilità che sta cercando nella regione — da cui intende disimpegnarsi. Ci sono stati contatti tra sauditi, emiratini e iraniani, ma non è possibile che questi abbiamo sistemato anni di guerra a varia intensità. E poi c’è una posizione di Israele, nuovo partner del Golfo, molto critica sul Jcpoa e sulla possibilità di riqualificare l’Iran.

È un contesto di non-più-necessaria comprensione che si muove dietro a questioni come quella del petrolio nella crisi ucraina. Blinken, la cui visita seguirà probabilmente l’incontro Nato di Biden a Bruxelles del 24 marzo, ha il compito di rassicurare quegli alleati mediorientali che comunque sia l’America resta presente. La conversazione sarà molto complicata con i sauditi e gli emiratini, perché quei flirt cinesi sono preoccupanti, piuttosto che con Israele.

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