In Russia le criptovalute diventano un bene rifugio, mentre le piattaforme di exchange promettono di far valere le sanzioni (ma si rifiutano di bloccare gli indirizzi russi)

L’invasione russa dell’Ucraina è la prima cripto-guerra. E se è vero che la diffusione delle criptovalute aggiunge una nuova dimensione alla finanza globale, è anche vero che per ora queste esistono ai margini dell’economia “classica”. Le cui leve, se impugnate con la fermezza dimostrata dall’Occidente e i suoi alleati, si stanno rivelando strumenti devastanti.

Lunedì il rublo, già sceso del 30% in un weekend di sanzioni, è crollato di un ulteriore 25% fino ad arrivare a valere un centesimo di dollaro americano, un nuovo record negativo. Intanto il bitcoin è cresciuto talmente tanto (lunedì ha superato gli 800 miliardi di dollari in capitalizzazione di mercato) da superare il rublo per la prima volta nella storia, come riporta Bloomberg.

Oro digitale…

Gli eventi sono parzialmente correlati, secondo gli analisti, perché molti russi (e non solo) hanno visto nel bitcoin – che per i massimalisti è l’equivalente digitale dell’oro – un bene rifugio per conservare la propria ricchezza e metterla al riparo dall’effetto delle sanzioni sull’economia.

Nei giorni scorsi il livello di conversione rublo/bitcoin è aumentato di diverse grandezze, secondo diversi rapporti. Stesso discorso per rublo/tether (una stablecoin legata al prezzo del dollaro). Lunedì mattina una delle principali exchange russe è andata offline; secondo alcuni osservatori, il sito non avrebbe retto all’ondata di persone ansiose di convertire i rubli in crypto.

… o strumento di riciclaggio?

Tra gli osservatori di questi fenomeni c’è anche l’Ucraina, il cui governo ha iniziato ad accettare donazioni in criptovalute da sabato (e finora ha ricevuto almeno 20 milioni di dollari). Nello stesso giorno il vicepremier Mykhailo Fedorov ha anche chiesto alle principali exchange di criptovalute di bloccare tutti i portafogli russi, indiscriminatamente. “È fondamentale congelare non solo gli indirizzi legati ai politici russi e bielorussi, ma anche sabotare gli utenti comuni”, ha scritto su Twitter.

Nelle parole di Fedorov c’è il timore, condiviso dalla Casa Bianca, che le criptovalute possano essere usate per aggirare le sanzioni e diminuirne l’impatto. La risposta delle exchange è stato un cortese ma netto no. Tuttavia, molte delle principali (tra cui Binance, Coinbase e FTX) hanno assicurato di essere pronti a identificare e bloccare le transazioni dei portafogli degli individui sanzionati, aggiungendo che stavano lavorando in coordinamento con le autorità locali e che gli individui sanzionati non avrebbero potuto utilizzare i loro servizi.

Messa a terra

Il sistema, per ora, sembra reggere. Non serve affidarsi a una compagnia di exchange per aprire un portafoglio crypto, ma è difficile convertire valute fiat in crypto e viceversa senza farvi ricorso – cosa che solitamente richiede l’identificazione. Inoltre, negli ultimi anni le compagnie hanno messo a punto dei sistemi per tracciare gli spostamenti delle valute, anche tra prestanome, e pure i governi si stanno dimostrando sempre più abili a seguire il denaro in giro per le blockchain (che sono progettate per essere trasparenti).

Questo non significa che non si possano inviare e ricevere piccole somme dalla Russia, né che non esistano sistemi per aggirare il problema. Ma questi processi sono ovviamente problematici per i veri obiettivi delle sanzioni, ossia i danarosi oligarchi attorno a Vladimir Putin. Sempre Bloomberg ricorda che altri Paesi “ostracizzati”, tra cui Corea del Nord e Venezuela, hanno già tentato di ricorrere alle criptovalute per aggirare le sanzioni. Con scarso successo: se il sistema monetario di un Paese è sotto sanzione, è “estremamente difficile per quel Paese convertire le criptovalute in valute convenzionali”.

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