In vista dell’adozione della Bussola strategica, prevista per la prossima settimana, e alla luce della guerra in Ucraina, come è lo stato dell’arte della difesa comune? Quale sarà il ruolo della Commissione Ue? Ne abbiamo discusso con il professor Nones, vicepresidente dello Iai

In previsione della sempre più vicina adozione dello Strategic Compass, che dovrebbe avvenire la prossima settimana, è il momento di fare un punto sulla Difesa comune europea. La Bussola strategica sarà influenzata dalla guerra in Ucraina? Che ruolo avrà la Commissione europea? Ne abbiamo parlato con Michele Nones, vicepresidente dell’Istituto affari internazionali (Iai). La Commissione europea ha infatti rilasciato il 15 febbraio alcuni documenti che presentano diverse proposte per il settore della Difesa, che vanno dallo stimolo degli investimenti a un più agile controllo delle esportazioni. Queste iniziative possono rappresentare passi concreti in direzione di un mercato europeo della difesa sempre più competitivo e integrato. Una necessità improrogabile anche di fronte alle crescenti minacce globali, plasticamente rappresentate dall’invasione in corso in Ucraina.

Prevede che lo Strategic Compass sarà condizionato dall’invasione russa dell’Ucraina?

Sì. Tanto è vero che dopo averne definito la struttura, nel corso di un anno di lavoro, negli ultimi 15 giorni lo Strategic Compass è stato sottoposto a ben due revisioni. Questo perché da una parte è stato necessario inserire l’invasione dell’Ucraina come un elemento che ha radicalmente modificato lo scenario strategico presente e futuro; dall’altra, l’assoluta necessità di una ferma risposta europea ha portato a definire delle posizioni molto più assertive da parte dell’Unione europea proprio sul tema della costruzione di un’Europa della difesa in grado di tutelare i suoi cittadini, il suo territorio e l’insieme delle nostre società.

La guerra in Ucraina è sempre più preoccupante, e non si vede nel suo immediato orizzonte nessuna possibile conclusione. Per Bruxelles è il momento di accelerare sui temi della Difesa e della sicurezza?

Tutte le iniziative che possono concorrere alla costruzione di un’Europa della difesa sono, in questo momento più che mai, urgenti. Mentre si sta per varare lo Strategic Compass la Commissione ha presentato una serie di proposte che vanno nella stessa direzione. È una casualità che questo accada in questo particolare momento. Le attività portate avanti dalle istituzioni europee, infatti, sono sempre pianificate con largo anticipo, coinvolgendo ben 27 attori diversi. La Comunicazione della Commissione europea del 15 febbraio riguardante la difesa comune arriva, tra l’altro, insieme ad altri temi cruciali, dalle tecnologie critiche per la sicurezza, ai temi spaziali. La loro pubblicazione era stata programmata da tempo, così come l’approvazione dello Strategic Compass prevista per la settimana prossima. Tuttavia, nonostante la coincidenza casuale, l’attuale situazione in Ucraina non fa che confermare la necessità di tali interventi.

Una coincidenza significativa, dunque.

Il momento attuale rende evidente agli occhi di tutti quanto servirebbe avere un’Unione europea più forte e quindi più integrata nel campo della sicurezza e della difesa. La guerra ucraina vede, purtroppo, l’Europa giocare una partita esclusivamente nel quadro dell’Alleanza Atlantica, il che è di per sé positivo, tuttavia, la Nato è un’alleanza politico-militare, mentre l’Ue avrebbe bisogno di una dimensione politico-militare che ne supporti la proiezione politica globale. Dunque, c’è bisogno che la famosa Politica di sicurezza e di difesa comune diventi una realtà, in modo da consentire all’Europa di utilizzare al meglio le proprie capacità militari. Senza questa struttura, non credo si andrà da nessuna parte. La concomitanza tra crisi ucraina e la dichiarazione della Commissione è, ripeto, casuale, ma è comunque significativa: dopo la fine della missione in Afghanistan in meno di un anno l’Ue ha avuto, con l’Ucraina, una seconda conferma di quanto sia urgente procedere nella difesa comune e nella costruzione dell’Europa della difesa, e di quanto sia necessario farlo il più rapidamente possibile.

Con la sua dichiarazione, come cambia l’approccio della Commissione ai temi della difesa?

Le dichiarazioni del 15 febbraio rappresentano una svolta significativa nell’approccio che la Commissione ha deciso di dare alla difesa. Fino ad allora, il suo approccio alla questione era stato piuttosto morbido e indiretto, guardando al tema nella sola ottica dell’integrazione del mercato europeo e dello sviluppo tecnologico in generale. Per esempio, basti ricordare che quando venne lanciato il programma di navigazione satellitare Galileo, di cui oggi tutti riconoscono le forti implicazioni di interesse per la difesa, per esigenze politiche non si poté dichiarare apertamente che tale servizio sarebbe stato messo a supporto delle forze militari dei Paesi europei, e quindi si parlò genericamente di un’esigenza pubblica. L’attività di navigazione satellitare ad alta precisione è inevitabilmente limitata agli enti governativi. Ma quali sono questi enti che necessitano di un’assoluta precisione nell’individuazione della propria posizione geografica? È chiaro che solo la Difesa abbia questa esigenza, dovendo sapere esattamente dove siano posizionati in quel momento l’obiettivo e il sistema d’arma che si intende utilizzare per colpirlo. Nel momento in cui, invece, il 15 febbraio la Commissione parla di contributo alla difesa europea esplicita la sua nuova volontà di diventare un attore rilevante nel settore della difesa a tutti gli effetti.

I fondi destinati alla Difesa a livello Ue saranno sufficienti per portare avanti i progetti ambiziosi descritti dalla Commissione?

La Commissione, nella sua impostazione iniziale dell’European defence fund (Edf), aveva previsto quasi il doppio di fondi a disposizione rispetto a quelli che sono poi stati effettivamente resi disponibili. C’è da considerare che, nel frattempo, abbiamo vissuto e stiamo vivendo la pandemia e le sue conseguenze economiche. In qualche modo è comprensibile, se non giustificabile, che parte di queste risorse siano state invece devolute al rilancio delle economie europee e ad altre esigenze di carattere sociale. Però, se già prima della pandemia si ipotizzavano circa quindici miliardi per supportare le attività di ricerca e sviluppo comuni europee, è chiaro che la cifra attualmente disponibile, quasi dimezzata, sia limitata. L’auspicio è che al più presto questi stanziamenti vengano riportati al livello inizialmente previsto. L’impatto delle iniziative dell’Edf resta comunque significativo, soprattutto se si riuscirà a renderlo coerente con le effettive esigenze e priorità di difesa che l’Ue si è data.

Il documento della Commissione punta a rimuovere l’impedimento all’export verso l’esterno di materiali militari sviluppati in cooperazione dai Paesi europei. Uno strumento per rendere più competitiva l’industria della Difesa europea?

Ci sono diversi aspetti particolarmente innovativi, due dei quali riguardano la parte della domanda interna. In primo luogo, l’estensione dell’Edf anche ai programmi di acquisizione congiunta, utilizzando il meccanismo dei bonus, l’esenzione dall’Iva e le facilitazioni procedurali offerte dalla normativa europea. La Commissione ha anche discusso la possibilità di applicare un esonero dell’Iva sugli acquisti di prodotti, equipaggiamenti e sistemi della difesa sviluppati in comune dai Paesi europei, nell’ambito dell’Edf. Questo, vorrei ricordarlo, è stato anche un cavallo di battaglia che l’allora ministro della Difesa, Roberta Pinotti, presentò in sede di Consiglio dei ministri europei della difesa. Rinunciare ad applicare l’Iva significherebbe un 20% circa di costo in meno per chi decidesse di acquistare un determinato prodotto sviluppato congiuntamente dai partner europei. Questo può fare la differenza in termini di competizione tra questi prodotti rispetto ad altri sviluppati in ambito nazionale o comprati sul mercato estero.

E il secondo aspetto?

L’altro aspetto, sul quale la Commissione è entrata per la prima volta, è quello della politica di esportazione verso i Paesi terzi, ovviamente appannaggio dei singoli Stati, ma che viene già gestito sulla base della Posizione Comune dell’Ue approvata dal Consiglio europeo. Ora invece la Commissione si propone – giustamente – di favorire una maggiore coerenza delle politiche per l’esportazione tra Paesi membri, partendo proprio da quei programmi che lei stessa finanzia. In questo modo, la Commissione esprime la sua volontà di coordinare le politiche relative all’export dei prodotti cofinanziati dall’Edf, essendo uno dei finanziatori di questi programmi. È giusto che la Commissione si preoccupi a pieno titolo di questo aspetto perché dobbiamo ricordarci che all’interno dell’Ue, anche nell’ipotesi più favorevole che un prodotto sviluppato in sinergia sia l’unico acquistato da tutti gli Stati membri, è evidente che, per una questione di ciclicità temporale, non tutti i Paesi membri andranno a comprare insieme e contemporaneamente uno stesso prodotto.

E cosa comporterà questo fattore?

Questo significherà che le esportazioni a Paesi terzi resteranno comunque un volano importante per le produzioni europee. Se il prodotto è stato sviluppato in comune occorrerà che sia gestita in comune anche la sua esportazione. Personalmente ritengo che la soluzione vada individuata utilizzando la logica “de minimis”, cioè che sotto una certa soglia si perda l’identità nazionale del prodotto in questione. Sotto una certa percentuale di valore del sistema finale, non è rilevante la parte di produzione che può essere avvenuta in un altro Paese, l’importante è che lo Stato in cui viene integrato un prodotto europeo si assuma la responsabilità delle vendite agli Stati terzi. Ovviamente, bisognerà creare un quadro di condivisione delle informazioni e di consultazioni informali, ma il principio dovrebbe essere quello. È importante che la Commissione apra un dibattito su questo tema, perché altrimenti c’è il rischio che, dopo aver sviluppato dei prodotti in comune, non si riesca a venderli perché non vi sono accordi preventivi.

La Commissione sottolinea l’importanza di potenziare la sinergia tra innovazione e ricerca, in ambito civile e militare. Uno strumento che potrebbe avere ricadute anche sull’autonomia tecnologica del Vecchio continente?

Il tema di potenziare la sinergia tra innovazione e ricerca la Commissione lo aveva già trattato l’autunno scorso in una precedente comunicazione. È un aspetto destinato a crescere di importanza perché ormai le tecnologie in quanto tali, non importa se nate per esigenze della difesa, della sicurezza, dello spazio o per esigenze civili, sono trasversali, dipende dall’uso che se ne fa. Chiaramente il fatto che una tecnologia si sia sviluppata in un determinato habitat invece che in un altro, dipende da chi l’ha finanziata. È molto significativo il fatto che la Commissione, nelle 21 pagine di febbraio, ne abbia dedicate tre allo spazio e tre e mezzo al cyber. Dunque, quasi un terzo delle pagine sono dedicate ai nuovi domini in cui la distinzione fra dimensione civile e militare è limitata solo ad alcuni aspetti.

 

 

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