Nonostante la Cina si professi neutrale rispetto alla guerra in Ucraina, i censori e i diplomatici del Dragone ricalcano le stesse linee della propaganda russa. Tra teorie del complotto e benaltrismo bellico, ecco come Pechino fa da cassa di risonanza al Cremlino

L’amicizia “senza limiti” professata lo scorso 4 febbraio da Mosca e Pechino ha un riflesso anche nell’infowar attorno all’invasione russa dell’Ucraina. Nella cibersfera la Cina è tutt’altro che neutrale, a dispetto delle posizioni ufficiali, reiterate lunedì a Roma dal responsabile esteri del Partito comunista cinese Yang Jiechi (il quale ha smentito vigorosamente le accuse americane secondo cui la Cina sarebbe pronta a fornire sostegno economico e militare alla Russia).

È dall’inizio del conflitto armato che il Dragone sta inquadrando il conflitto nei termini del presidente Vladimir Putin. I media statali e gli ufficiali del governo stanno promuovendo le narrazioni pro-Cremlino e abbracciando le campagne di disinformazione russe, tra cui la bufala sulle armi chimiche finanziate dagli Stati Uniti. Intanto la censura interna sta facendo sì che l’infosfera cinese rimanga sui binari stesi da Pechino.

Le lenti russe

Le prime avvisaglie sono arrivate nei primi giorni della guerra. Il 22 febbraio, due giorni prima dell’invasione, un’emittente statale ha pubblicato per errore delle linee guida interne sui contenuti relativi all’Ucraina secondo cui i post “sfavorevoli verso la Russia” e “pro-Occidente” non dovevano essere pubblicati. Dopodiché i media e i politici hanno adottato subito il linguaggio sterilizzato del Cremlino, riferendosi agli avvenimenti come un’“operazione militare speciale” ed evitando di usare la parola “invasione”.

La censura interna

La censura si è espansa anche alle piattaforme social cinesi, dove i contenuti e i commenti contro la Russia e Putin– assieme a quelli a favore della pace – scompaiono. È successo all’articolo pro-moderazione di un professore della Peking University, Lu Xiaoyu, scomparso dopo essere diventato virale su WeChat.

Reuters riporta che un gruppo di storici avversi alla guerra si sono visti cancellare i post, come anche due celebrità con milioni di follower, Jin Xing e Ke Lan, sospesi da Weibo (l’equivalente di Twitter) per aver espresso posizioni pacifiste. Parallelamente, quasi nessun tipo di censura viene applicata sui contenuti a favore della guerra, di Putin e delle linee propagandistiche russe, eccezion fatta per i contenuti più violenti ed estremisti.

La propaganda anti-Occidente

Intanto, la linea espressa dalle emittenti del partito-Stato cinese ricorda molto da vicino quella sposata dalle controparti russe. Le corrispondenze tra i titoli pubblicati e le posizioni espresse (come osservato dal monitoraggio giornaliero del Doublethink Lab) sono straordinarie. A titolo esemplificativo, i media di entrambi i Paesi hanno incolpato la Nato e l’America di Joe Biden di aver scatenato l’intervento militare costringendo la Russia a difendersi dalle mire espansionistiche occidentali.

C’è (molto) di più. Un’indagine su larga scala a opera del German Marshall Fund mostra come le emittenti estere cinesi abbiano ampiamente diffuso le tesi putiniane secondo cui l’invasione è volta a “denazificare” l’Ucraina, il cui governo sarebbe composto da “neonazisti”, “drogati” e “corrotti”. I diplomatici cinesi hanno preferito evitare l’utilizzo del termine “nazista”, ma hanno amplificato via social le tesi di altri soggetti su questa linea, legata alle narrative anti-imperialiste che la Cina utilizza per dare contro all’America.

Il benaltrismo militare

I ricercatori del Gmf hanno riscontrato come la parola “invasione” sia utilizzata dai media cinesi con un perfetto benaltrismo (whataboutism, lo sviare il discorso spostando l’attenzione su fattori esterni). Nella fattispecie, la posizione per cui anche gli Stati Uniti, la Nato e altri Paesi sono stati coinvolti in operazioni militari in passato. Questa è una delle linee narrative più utilizzate dai media cinesi nella loro copertura degli eventi in Ucraina.

Il megafono social

Tutte queste linee narrative sono doviziosamente ricondivise da funzionari del partito-Stato in giro per il mondo. Un’analisi del ricercatore Marc Owen Jones, mirata sulla bufala russa dei laboratori di ricerca biologici e delle armi chimiche, ha evidenziato la perfetta convergenza tra propaganda russa e ricondivisione da parte degli account ufficiali cinesi sui social occidentali.

“I media statali cinesi hanno anche ampiamente citato, ritwittato e parafrasato le dichiarazioni dei funzionari del governo russo e dei media statali russi sia prima che dopo l’invasione”, scrivono gli autori del Gmf. Queste pratiche includono “l’amplificazione dell’ormai ovvia campagna di disinformazione russa prima dell’invasione, secondo cui una potenziale guerra in Ucraina era “propaganda” e “isteria informativa” dei media occidentali”.

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