L’Europa deve sostenere un’Ucraina libera e democratica ma deve anche tornare a essere protagonista del negoziato di pace, rivendicando i propri valori/interessi e perseguendo mediazioni che rispondano al primario valore/interesse della pace. L’opinione di Nazzareno Pietroni

In Ucraina aumentano morti e distruzioni. Le forniture di armi al governo di Kiev alimentano il conflitto e non sembrano in grado di capovolgere le sorti della guerra. Le sanzioni occidentali non fermano Putin, non incrinano il fronte interno russo, indeboliscono le economie europee, destabilizzano il quadro macroeconomico mondiale e delegittimano il ruolo dell’Onu.

Ogni giorno è maggiore il rischio di un’escalation militare o di incidenti catastrofici. La Cina sostiene le ragioni russe e contribuisce all’allargamento del solco tra Occidente e resto del mondo. L’Europa sostiene l’Ucraina ma non riesce a operare efficacemente sul piano diplomatico, mentre si stanno aprendo spiragli di negoziato tra le parti. Il governo ucraino chiede maggiori forniture di armi e quello polacco propone un impegno diretto della Nato.

In questa situazione un intervento diretto di Paesi Nato comporta inaccettabili rischi di escalation; l’ulteriore invio di armi all’Ucraina, in una situazione di guerra asimmetrica, può allungare i tempi dello scontro e contribuire all’inasprimento del conflitto; lo scenario di una guerra prolungata, alimentata dalle armi occidentali, non è accettabile, dal punto di vista umanitario, economico e geopolitico; le sanzioni alla Russia hanno gravi controindicazioni economiche per l’Europa, senza essere determinanti per le sorti della guerra.

Anche l’idea di perseguire la sconfitta della Russia e il radicamento dell’Ucraina nella area occidentale comporta gravi rischi, perché innesca propositi di revanscismo russo e contrasta con obiettivi di stabilizzazione dell’area: “L’Ucraina è fondamentale. L’Occidente e la Russia devono capire che il Paese non può essere l’avamposto di una delle due fazioni”, osservava Henry Kissinger nel 2014, all’indomani dell’invasione russa della Crimea nel 2014, aggiungendo che “trattare l’Ucraina come parte di un confronto est-ovest farebbe affondare per decenni qualsiasi prospettiva di portare la Russia e l’Occidente, in particolare Russia ed Europa, in un sistema internazionale cooperativo”.

Va quindi escluso ogni coinvolgimento diretto nel conflitto e va contestualizzata la scelta operata di fornire armi e deliberare sanzioni, inserendola in un percorso di pace. Questo significa che l’Europa è chiamata a condizionare la fornitura di armi a precisi impegni negoziali dell’Ucraina, superando la fase dell’aiuto incondizionato ed emergenziale; e che la modulazione delle sanzioni può diventare uno strumento rilevante della negoziazione di pace. Laddove le armi e le sanzioni non fossero strumentalizzate ai fini di un negoziato di pace, diventerebbero uno dei fattori che alimentano la guerra, i nazionalismi contrapposti, il conflitto tra espansionismo occidentale e Russia, l’idea che dietro la guerra vi siano strategie che vanno oltre l’Ucraina e coinvolgono interessi politici contingenti e/o la stabilità della Federazione russa.

Condizionare l’invio di armi al percorso di pace vuol dire esercitare pressione affinché il governo di Kiev accetti rinunce funzionali all’accordo e proporzionali ai beni ideali e materiali da proteggere: la legittimazione del controllo russo sulle aree russofone della Crimea e del Donbass lede diritti di sovranità ed esigenze nazionalistiche, ma appare coerente con l’occupazione militare in atto e con la ricerca di un accordo di pace dopo anni di guerra civile, con oltre 14mila morti; la rinuncia all’entrata nella Nato e la previsione di una neutralità del Paese comprimono l’autodeterminazione democratica ma, all’esito dell’espansione a est dell’alleanza atlantica, rispondono al bisogno di conseguire un accordo di pace inserito in un quadro stabile di relazioni internazionali.

Sul versante opposto, le sanzioni possono essere utilizzate per esercitare pressione sulla Russia: la tregua, la disponibilità a negoziare la pace, il ritiro delle truppe, il risarcimento dei danni di guerra, possono essere elementi cui connettere una modulazione nel tempo e nell’intensità delle sanzioni, superando la sterile contrapposizione in atto e valutando la dinamica identitaria e geopolitica della Russia.

In definitiva l’Europa deve sostenere un’Ucraina libera e democratica ma deve anche tornare a essere protagonista del negoziato di pace, rivendicando i propri valori/interessi ma perseguendo mediazioni che rispondano al primario valore/interesse della pace.

 

 

 

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