L’esecutivo attuale non era tarato per gestire tali dossier. Doveva varare il Pnrr e affrontare l’epidemia. La guerra in Ucraina ha cambiato le carte in tavola: politicamente questa maggioranza non c’è più e alcuni partiti, in tutto o in parte, dovrebbero andare all’opposizione mentre altri dovrebbero andare al governo

La vera spaccatura del parlamento italiano ormai non è più fra destra o sinistra ma, come nella prima guerra fredda, tra chi sta da una parte o dall’altra dell’evento politico discriminante della storia. Allora erano le ingerenze dell’armata rossa in Est Europa, adesso è l’invasione russa in Ucraina.

Quasi nessuno in Italia era indenne dal putinianesimo, ma l’invasione ha pulito i ranghi. Alcuni hanno voltato le spalle a Mosca e altri invece continuano a giustificarla o sostenerla. Le opinioni sono legittime, ma in tempi di guerra, se l’Italia è e vuole restare nella Nato, il governo, e tutto ciò che ne segue, non può che essere con la Nato.
Questo di fatto spacca la maggioranza, rimescola le carte e, al di là, di ogni risultato del voto la settimana prossima sull’aumento del bilancio della difesa al 2%, mette in crisi politicamente l’attuale esecutivo.

Il governo di Mario Draghi è infatti sostenuto da alcune forze che, chi più chi meno, ancora oggi simpatizzano con Putin e sono contrari all’aumento della difesa. Per non rimanere vaghi e fare i nomi ci sono gli M5S di Giuseppe Conte, che hanno dichiarato la loro opposizione, e poi ci sono gli atteggiamenti quantomeno ambigui della Lega di Matteo Salvini e di Forza Italia di Silvio Berlusconi.

Sull’altro fronte, i maggiori sostenitori all’aumento del bilancio sono Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che non è in maggioranza, il Pd, architrave della governabilità, e gli M5S di Luigi Di Maio. Entrambi gli schieramenti sono bizzarri, se visti con gli schemi antichi, perché mettono insieme quelli che sono stati avversari ideologici. Berlusconi con gli anti berlusconiani di Conte, la destra di Meloni con la sinistra del Pd.

Ma le divisioni su temi che oggi non sono attuali, come fascismo o anti fascismo, corruzione o honestà, non contano. Conta invece la posizione verso il futuro. Qui il problema urgente è cosa fare, pensare rispetto alla guerra. In queste ore forse sta emergendo una soluzione: gli uomini del presidente russo Vladimir Putin sembrano avere iniziato una campagna di propaganda secondo cui gli obiettivi politici dell’invasione sarebbero stati quasi raggiunti.

Essi sono la conquista della regione del Donbass, quasi completata. A questo punto non è più importante prendere Kyiv. Forse non serve neanche avere un riconoscimento internazionale dell’accaduto, basta una “autodichiarazione” e le truppe russe potrebbero cominciare a ritirarsi. Sarebbe in sostanza una scusa per evitare ai russi di ammettere la disfatta e all’Europa di continuare una guerra a cui oggi non è pronta e per cui ha bisogno di tempo per prepararsi.

Non è chiaro se ciò effettivamente avverrà o se è solo un auspicio, ma in ogni caso ciò non significa che le relazioni tra Europa e Russia torneranno a essere come prima, anzi. La fine dei combattimenti significa che si concretizza una spaccatura tra Mosca e resto di Europa per cui o a Mosca si cambia prossimamente atteggiamento politico e forse anche regime, oppure si alza una nuova cortina di ferro nel continente. Tale cortina passa anche in Italia che, come anche nella prima guerra fredda, è metà di qua e metà di là.

L’Italia è il Paese più fragile dal punto di vista energetico, perché è quello a un tempo più dipendente e con meno alternative possibili dal gas russo, senza impianti nucleari e con pochi rigassificatori. Inoltre l’Italia è legata alla rete elettrica europea. Se Putin taglia il gas all’Italia, una crisi energetica a Roma rischia di mandare in tilt il sistema continentale.

Perciò, per prepararsi alla guerra in corso, c’è bisogno di energia. Franco Bernabè, grandissimo esperto del settore, sostiene che l’Italia ha nell’Adriatico riserve di gas seconde solo alla Norvegia. Quindi i lavori di esplorazione dovrebbero cominciare con velocità straordinaria. Inoltre andrebbero approntato un piano nazionale per l’energia per vedere cosa altro possa servire.

Ciò perché l’Italia è il maggiore malato energetico e politico dell’Europa e va normalizzata.
A questo punto il discrimine è l’atteggiamento con paesi come la Russia di Putin di oggi. Cioè come nella prima guerra fredda la spaccatura italiana è sugli esteri.

Tale spaccatura condizionerà il mondo per decenni perché dopo la guerra in Ucraina si apre la questione russa, cosa succederà a Mosca? Putin si chiuderà in un fortino ideologico, cambierà direzione di marcia o cadrà? Quindi si staglia la questione più complicata di tutte, la Cina che è in una posizione difficile. Dopo avere creduto all’inizio a una facile vittoria russa in Ucraina si è invece trovata a fare i conti con una sua sconfitta. Che farà essa e che faranno i paesi che sono già in guerra fredda con Pechino?

Il governo attuale non era tarato per gestire tali dossier. Doveva varare il Pnrr e affrontare l’epidemia. Oggi l’epidemia è stata ben gestita ma i prestiti dall’Europa non sono più questione sensibile, semplicemente perché stiamo andando in una economia di guerra con regole contabili diverse.

Quindi non è una crisi delle simpatie dei partiti di maggioranza, è un cambiamento radicale dello scopo del governo. Questo è il punto. Non è un problema di persona, anzi. Mario Draghi è un eccellente premier e certo merita di continuare nel suo lavoro, ma quello che deve fare oggi è diverso dal suo mandato di ieri.

Apparentemente il bisogno dei parlamentari di continuare a prendere lo stipendio, impedisce un ricorso alle urne, ma la questione resta. Di fatto tutto passa o dovrebbe passare per le mani e la benedizione del ministro della difesa Lorenzo Guerini che più di tutti gli altri ha il polso della situazione.

Ciò vale però solo per l’emergenza. Per l’assetto futuro del Paese i media a Roma devono capire rapidamente cosa vogliono fare e dove vogliono stare. Ma certo, politicamente, questa maggioranza non c’è più e alcuni partiti, in tutto o in parte, dovrebbero andare all’opposizione mentre altri dovrebbero andare al governo.

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