Va detto con crudezza: si è molto lontani dalle riforme migliori del lavoro e del prezioso lascito culturale di Marco Biagi, che invece va rilanciato per contribuire a cambiare l’Italia. Il ricordo di Raffaele Bonanni

A vent’anni dal martirio di Marco Biagi è necessario riflettere sui risvolti mai chiariti dell’abnorme clima di odio che fu alimentato contro di lui che precedette l’azione infame dei killer. Quelle spinte oscure ed antimoderne sono ancora vive in Italia ed è utile valutare gli sviluppi e gli arretramenti della sua opera riformatrice dopo il tempo trascorso, e dopo le manomissioni ostinate di parte della politica incoraggiate da una parte del sindacato.
Sono ancora temibili i fautori di anacronistici e dannose posizioni con cui ancor oggi si vuole impedire lo sviluppo del lavoro italiano, dopo che si manifestarono clamorosamente all’avvio delle riforme concepite dal giuslavorista bolognese.

Esse furono il risultato di cooperazione diffusa e costante tra varie personalità impegnate nelle istituzioni e nelle associazioni dei lavoratori e delle imprese, tese a dare vita alla cultura di nuove relazioni industriali cooperative, ad un nuovo welfare di garanzia per i lavoratori impegnati nel lavoro flessibile, a rendere efficiente e rapido l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, a potenziare la professionalità dei lavoratori con la formazione continua.

Il paradigma di Biagi e dei riformisti che lo hanno sostenuto, validissimo ancor più oggi in presenza della tumultuosa rivoluzione digitale, partiva dall’assunto che l’indispensabile flessibilità nelle produzioni e nei servizi, per competere davvero nei mercati internazionali, dovesse poggiare su garanzie e strumenti di appoggio attraverso infrastrutture sociali pubbliche e sussidiarie, soprattutto interrompendo la tendenza a pagare e tutelare meno chi lavora nella flessibilità.

Contro questi assunti però si sono scontrati coloro che ancora subiscono l’illusione che la stabilità del lavoro si possa ottenere per legge sorretta da assistenzialismo, mantenendo in vita il vecchio sistema di organizzazione del lavoro, misconoscendo il criterio elementare che ad ogni diritto deve corrispondere un dovere. Nel tempo si è verificata una oggettiva saldatura tra i fautori della mummificazione del mercato del lavoro con una parte dell’imprenditoria disposta decisamente all’uso spregiudicato di strumenti distorcenti come le false partite iva e di altri strumenti nati disordinatamente proprio per aggirare le norme migliori del lavoro.

È stato accreditato come autonomo e para-autonomo, il lavoro dipendente sotto mentite spoglie, per risparmiare fraudolentemente sui costi complessivi del lavoro ai danni di chi lavora. Cosicché i più flessibili sono pagati molto in meno al contrario di chi flessibile non è, alimentando disordine normativo e malcontento. È significativo che con un decreto di 2 anni fa è stata voluta una irragionevole stretta sul contratto più flessibile e vantaggioso per i lavoratori come quello del contratto a termine, mentre le forme della flessibilità selvaggia come quelle citate non sono state nemmeno sfiorate.

Infatti queste forme di rapporto di lavoro che non a caso non esistono nella legislazione di nessun altro paese europeo, crescono abnormemente. Anche sul fronte del rapporto domanda e offerta lavoro si continua ad ostacolare le agenzie del lavoro private, sovraccaricando di compiti con compiti che non possono svolgere gli uffici pubblici dell’impiego e l’Anpal, che dovrebbero invece fare controlli e programmazione, anziché ritardare la rapidità delle assunzioni.

È proprio in questa logica che si continua ad erogare miliardi su miliardi per il reddito di cittadinanza senza condizionare la fruizione dei benefici almeno alla partecipazione ai corsi di professionalizzazione o riprofessionalizzazione. È stucchevole che il Pnrr stanzia più di 6 miliardi per la formazione di lavoratori in genere e di quelli in cassa integrazione e con reddito di cittadinanza, e la partecipazione ai corsi è lasciata alla facoltatività confermando così la carenza di rigore e di consapevolezza della partita in corso nel pieno della rivoluzione digitale. Va detto con crudezza: si è molto lontani dalle riforme migliori del lavoro e del prezioso lascito culturale di Marco Biagi, che invece va rilanciato per contribuire a cambiare l’Italia.

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