Negli Stati Uniti l’esplosione dei prezzi delle schede grafiche che permettono le attività di mining sta portando a un ripiegamento del mercato dei criptoasset. Che scontano anche l’accelerazione della Casa Bianca verso il dollaro digitale. E anche l’Italia si muove…

 

Qualcosa sta cambiando negli Stati Uniti, sul terreno delle criptovalute. Strumenti da qualcuno considerati un’ineluttabile evoluzione della finanza, da altri tacciati di essere un pericolo per la stabilità monetaria e per le tasche di chi vi investe. Un mondo forse ancora troppo opaco, quello delle criptovalute, se non altro ad oggi privo di vere regole, come più volte sottolineato dalle istituzioni finanziarie.

L’OMBRA DELL’INFLAZIONE SUI CRIPTOASSET

Adesso sembra proprio che la grande inflazione globale che tutto ingoia, a cominciare dai redditi, stia cominciando a mordere anche il mercato americano dei criptoasset. C’è di mezzo il mining, l’attività estrattiva interamente informatica che permette la creazione e la successiva messa in circolazione di Bitcoin e dei suoi fratelli. Un meccanismo tra i più energivori e costosi al mondo, che poggia su server i cui consumi di energia non hanno pari nel mondo (si calcola che l’intera attività di mining globale assorba l’equivalente del fabbisogno energetico argentino).

Ebbene, alla base dell’attività di mining ci sono le schede grafiche, di diversa potenza e capacità, che permettono ai server di operare. Il costo di questi beni è tuttavia esploso negli ultimi mesi, arrivando a sfondare in poco tempo il muro dei 600 dollari per le schede più modeste ed economiche. Tutto questo ha impattato sul mercato delle criptovalute, frenandone la corsa all’estrazione. Molto banalmente, estrarre criptomonete oggi ha un doppio costo. Da una parte quello ambientale, non certo visto di buon occhio dai governi aderenti agli accordi di Parigi e poi anche economico, vista l’esplosione dei prezzi delle schede grafiche. Ma non è tutto.

IL FATTORE DOLLARO (DIGITALE)

A stringere il cerchio intorno alle criptovalute, ci ha pensato oltre all’inflazione anche la politica. Nei giorni scorsi il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha firmato un ordine esecutivo che mira a regolamentare l’utilizzo delle criptovalute e delineare l’operatività per il dollaro digitale in risposta allo yuan digitale cinese, che Pechino voleva lanciare in occasione delle olimpiadi invernali. Che alla Casa Bianca si stia lavorando alla creazione di un asset digitale in grado di scongiurare il rischio che la cugina cinese possa sovvertire il sistema monetario globale, è cosa nota.

Ma ora si registra un’accelerazione, che può portare a un ridimensionamento del mercato delle criptovalute. Una moneta digitale ma con corso legale, infatti, potrebbe attrarre parte del bacino utenti di Bitcoin&Co. La Cina è, comunque, più avanti: già 260 milioni di persone utilizzano la sua moneta virtuale. Ad oggi lo e-yuan è de facto operativo per il 15% della popolazione, concentrata in 12 grandi città (tra le quali ci sono Pechino, Shanghai e Shenzhen). La velocità di diffusione dello e-yuan è stupefacente, se si considera che i test sono partiti soltanto ad aprile 2020 e ad ottobre c’erano appena 75mila utenti attivi.

STRETTA ALL’ITALIANA

Ma anche l’Italia non se ne sta con le mani in mano. La Commissione d’inchiesta sul sistema bancario, presieduta da Carla Ruocco, vuole infatti avviare una serie di audizioni per analizzare e approfondire il fenomeno delle monete virtuali al fine di proporre interventi legislativi in materia. “Da tempo si registra sul mercato un interesse crescente, a livello europeo e internazionale verso le criptoattività. Che, in assenza di un quadro regolamentare di riferimento, presentano rischi di diversa natura, come, ad esempio, la volatilità delle quotazioni e l’assenza di tutele legali e contrattuali”, ha sottolineato la stessa Ruocco.

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