La Mercedes F1 che sfreccia sul circuito di Jeddah mentre sullo sfondo sale il fumo dell’incendio causato un missile Houthi. Il simbolo della sfiducia con cui dal Golfo si guarda alla ricomposizione del Jcpoa

Nelle ore in cui il top diplomatico europeo Enrique Mora viaggia in Iran e poi negli Stati Uniti per definire gli ultimi dettagli sulla ricomposizione dell’accordo nucleare Jcpoa, un impianto petrolifero della Saudi Aramco a Jeddah è stato colpito dai missili che i Pasdaran forniscono ai ribelli Houthi per continuare la guerra in Yemen.

È un’immagine chiara del contesto e delle preoccupazioni che i Paesi del Golfo e Israele forniranno al segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, durante un vertice ospitato a Gerusalemme nei prossimi due giorni. Non c’è fiducia nei confronti dell’Iran, si teme che l’apertura all’economia mondiale che il Jcpoa permette a Teheran possa essere investita dalla Repubblica islamica anche in piani velenosi per costruire influenza geopolitica a detrimento dei rivali (le monarchie sunnite del Golfo e lo stato ebraico).

Dobbiamo “lavorare per colmare le lacune”, “dobbiamo concludere il negoziato”, perché “molto è in gioco”, ha detto Mora partendo per Teheran dove incontrerà Bagheri Kani, il diplomatico che la presidenza Raisi ha incaricato di guidare i colloqui sul Jcpoa. Le riunioni per trovare una quadra durano da mesi, avviate sostanzialmente per la volontà dell’amministrazione Biden di invertire la decisione di Donald Trump, che aveva rotto l’accordo uscendone unilateralmente.

Ma di farlo con senso, non per campanilismo politico, con il fine di costruire nuovi equilibri, che però sono complicati dal contesto sul campo. Venerdì missili lanciati dagli Houthi — una delle milizie collegate ai Pasdaran che segue un’agenda propria ma che si sovrappone agli interessi iraniani contro Riad, Abu Dhabi e in generale contro Israele e l’Occidente — contro il territorio saudita hanno colpito un impianto dell’azienda petrolifera Aramco a Jeddah, la città in cui c’è il palazzo reale.

L’immagine di questo articolo è simbolica. La Mercedes AMG F1 di Lewis Hamilton sfreccia sul circuito cittadino saudita mentre sullo sfondo sale il pennacchio di fumo nero dell’incendio causato dal missile yemenita. Ed è esattamente questo il punto: subendo attacchi del genere l’Arabia Saudita soffre su due fronti. Il primo riguarda il petrolio, asset ancora cruciale per la prosperità attuale del Paese — e infatti per questa ragione gli Stati Uniti, che attualmente hanno rapporti non proprio idilliaci con Riad, hanno accettato di ri-dispiegare batterie Patriot a Riad. Il secondo fronte riguarda la percezione che ne esce del regno, e questa è parte della sfida futura in cui il principe ereditario Mohamed bin Salman è impegnato per differenziare il suo Paese dal petrolio. Sfida che passa anche dal soft power che eventi come la Formula 1 (o l’Expo per gli Emirati e i Mondiali di calcio per il Qatar) si portano appresso con un grande interrogativo: la questione sicurezza. Se si degrada, si degrada anche la capacità di attrarre investimenti e interessi dall’estero.

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