Dall’unità della Nato al decoupling energetico. La guerra in Ucraina presenta un conto salato a Vladimir Putin. E uno stadio pieno non sarà sufficiente per pagarlo. L’analisi di Gabriele Natalizia, coordinatore di Geopolitica.info

Cosa indicano le immagini dello stadio Luzhniki gremito nel giorno dell’ottavo anniversario dell’annessione della Crimea da parte della Federazione russa? A più di tre settimane dall’inizio della guerra in Ucraina, Vladimir Putin sembra avere bisogno di riaffermare la sua autorità e rassicurare il Paese sia sull’andamento delle operazioni belliche, che sulle sue effettive capacità di superare le attuali traversie.

Se il bagno di folla potrebbe nutrire gli effetti desiderati sul piano interno, tuttavia, poco o nulla può su quello esterno. Qualunque sia l’esito delle ostilità, per un fenomeno di eterogenesi dei fini, la Russia sembra destinata a versare in una condizione di maggiore fragilità rispetto a quella ante-24 febbraio. La guerra, infatti, ha generato tre mutamenti geopolitici che appaiono particolarmente perniciosi per la sicurezza di un Paese che si narra come “sotto assedio” e altrettanti costi di natura “relazionale” che ne potrebbero inficiare le ambizioni da grande potenza.

Tra i primi, anzitutto, va notato l’impatto che l’invasione ha avuto nel serrare i ranghi all’interno di quella che il Cremlino rappresenta come la principale minaccia che pende sui confini russi – la Nato – e alterarne in suo sfavore gli equilibri interni.

In una fase di preparazione del nuovo Concetto Strategico che accompagnerà l’Alleanza Atlantica verso il 2030 come quella presente, infatti, ha rafforzato il peso politico dei Paesi con posizioni più ostili alla Russia, come quelli dell’Europa centro-orientale attraverso cui stanno passando tanto i corridoi umanitari per i profughi, che l’afflusso delle armi per l’esercito ucraino.

Questi saranno agevolati nel compito di frenare le spinte sia di quanti – come l’Italia e gli altri Stati dell’Europa meridionale – chiedevano un’equiparazione delle minacce provenienti dal Fianco sud a quelle provenienti dal Fianco est, sia di quelli – come i Paesi anglosassoni – che premevano per una qualche forma di ripensamento globale della Nato. Non si dimentichi, inoltre, che in nome della “finlandizzazione” dell’Ucraina, il Cremlino rischia di aver innescato un processo che potrebbe portare alla fine della neutralità della Finlandia stessa, oltre che della Svezia.

Un secondo mutamento sgradito per Mosca riguarda il rapporto con Berlino. L’escalation in Ucraina ha imposto alla Germania, che fino a poche settimane fa era il maggior “pontiere” tra Mosca e Bruxelles, di accettare dapprima le sanzioni sullo Swift, poi la sospensione sine die del gasdotto Nord Stream 2 e, infine, la fornitura di armi letali all’esercito ucraino.

Non solo, sembra averla indotta a mettere in discussione quasi ottant’anni di attitudine pacifista, che l’aveva confinata a una condizione “lillipuziana” in campo militare a dispetto di una condizione “gulliveriana” in campo economico. Il cancelliere Olaf Scholz, infatti, ha annunciato uno stanziamento di circa 100 miliardi di euro in difesa, che garantirebbe alla Germania nuove capacità belliche e le permetterebbe anche di soddisfare la soglia del 2% da anni richiesta in sede Nato e a cui si era sempre sottratta.

Un terzo mutamento, infine, è intimamente collegato al settore energetico, da cui dipende quasi la metà del Pil russo. Sembra al momento svanire, infatti, il progetto perseguito congiuntamente da Berlino e Mosca nell’ultimo ventennio di trasformare la prima nel principale hub energetico europeo grazie al gas russo.

D’altronde, non solo il Nord Stream 2 è stato sospeso, ma in sede europea è stata anche paventata l’ipotesi di fare lo stesso con il Nord Stream e comunque il presidente di turno Emmanuel Macron ha affermato la necessità di rendere i Paesi dell’Ue sempre più autonomi in tema di energia dalla Russia. Sono due le principali implicazioni di tale affermazione.

Nel breve termine, riapre il dialogo – di concerto con gli Stati Uniti – sul raggiungimento di un nuovo nuclear deal con l’Iran, che porterebbe almeno a un lifting sulle sanzioni. Nel medio termine, invece, rilancia il progetto dell’Italia come hub energetico meridionale in quanto, grazie alla sua collocazione geografica, il nostro Paese sembra quello meglio posizionato per garantire la tanto acclamata diversificazione degli approvvigionamenti, attraverso un aumento dei flussi da Algeria, Libia e Azerbaigian e un effettivo sfruttamento dell’immenso giacimento Zohr scoperto dall’Eni già da alcuni anni nel Mediterraneo orientale.

Per quanto riguarda i costi “relazionali” in cui la Russia rischia di incappare a seguito dell’invasione, quello più evidente riguarda la credibilità di Putin e degli altri principali esponenti del suo regime. La tattica americana di denunciare a più riprese l’imminente aggressione russa all’Ucraina, infatti, aveva indotto nei mesi passati il presidente, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e quello della Difesa Sergei Shoigu a negare continuamente l’opzione bellica per poi – una volta che invece vi è stato fatto ricorso – essere costretti a quella ripidissima arrampicata sugli specchi semantica della “missione speciale” diretta alla “denazificazione” dell’Ucraina. Nel prossimo futuro, chi si siederà a un qualsiasi tavolo con la controparte russa lo farà avendo bene a mente il valore che l’attuale corso del Cremlino attribuisce alla parola data, con inevitabili conseguenze sul grado di impegno che tenderà ad avere nelle relazioni con la Russia.

Il secondo costo potrebbe essere pagato dalla Russia in termini di legittimità. Se fino al 24 febbraio Putin e la Russia venivano considerati da una parte minoritaria ma significativa dell’opinione pubblica mondiale come un modello di riferimento, le immagini delle distruzioni di Kiev, Karkiv e Mariupol hanno avocato loro gran parte della simpatia di cui godevano.

Sul continente europeo, in particolare, per un po’ di tempo gli stessi uomini politici e partiti che fino a qualche settimana fa strizzavano l’occhio al Cremlino difficilmente potranno attestarsi ancora sulle stesse posizioni che avevano in precedenza e varare politiche aperturiste nei confronti di Mosca. Questo determinerà una politica estera molto più dispendiosa per la Russia, sempre più basata sul ricorso o la minaccia del ricorso alle armi o a un continuo do ut des economico.

L’ultimo costo, infine, riguarda il prestigio di Mosca. Sebbene la guerra in Ucraina non possa essere descritta come una disfatta, in quanto l’obiettivo massimo che Kiev sembra poter raggiungere è quello di far costare troppo la vittoria a Mosca, comunque sembra evidente che non stia andando secondo i piani. Dal numero – esiguo – di soldati schierati per l’invasione di un Paese da 45 milioni di abitanti, l’obiettivo desumibile era quello di far cadere il governo di Volodymyr Zelensky, instaurarne uno filo-russo magari con il ritorno di Viktor Yanukovich e poi ritirare le truppe.

L’inaspettata resistenza ucraina ha costretto il Cremlino a cambiare i piani, come confermato dalle significative rimozioni di alcuni vertici della Difesa e dell’Intelligence. Ma ciò che conta, è che ha dimostrato al mondo – leggasi agli Stati Uniti e alla Repubblica Popolare Cinese – che la Federazione Russa non è potente militarmente come una narrativa molto in voga l’ha a lungo descritta. Evidenti problemi di pianificazione, di comando e controllo e di capacità nella dimensione aerea rischiano di erodere il prestigio russo, ovvero la reputazione che gli altri attori hanno del potere di uno Stato e che li rende più o meno disponibili a rispettarne le volontà.

E si ricordi che, come scriveva Edward Carr nel suo The Twenty Years Crisis, è il prestigio, ancor più del potere, a costituire la principale moneta corrente delle relazioni internazionali.

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