I Paesi del Golfo sono tirati dentro allo scontro tra modelli di riferimento dalla propaganda russa, anche perché per ora stanno tenendo una complicata posizione equilibrista tra interessi diretti con Mosca (e Pechino) e cura delle alleanze con l’Occidente

“I petrolieri arabi sono pronti a distruggere gli Stati Uniti”, titola Ria, un media collegato al Cremlino che in questi giorni partecipa alla strutturata narrazione costruita attorno alla guerra voluta da Vladimir Putin in Ucraina. Nell’articolo si spiega come gli Stati Uniti abbiano fornito un sostegno “insufficiente” a Kiev, sulla scia dei disimpegni dimostrati già in Afghanistan e Yemen, fino ad arrivare a delineare un ambizioso “asse antiegemonico0 composto da Russia, Cina, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti”.

Come fa notare ironicamente su Twitter Jacopo Scita, ricercatore dell’Università di Durham, a Teheran saranno “offesi” di non essere stati inseriti nel gruppo di Paesi anti-imperialisti contro l’egemonia americana delineato da Ria, ma alla base di tutto ci sono contingenze che hanno coinvolto i due regni arabi. La costruzione della disinformazione si fonda infatti sui rapporti non proprio idilliaci tra Washington e Riad (con Abu Dhabi sono migliori) che hanno portato i sauditi a rifiutare, per ora, la richiesta statunitense di aumentare le produzioni di petrolio per abbassare i prezzi destabilizzati dalla guerra di Putin.

L’Arabia Saudita ha intenzione di privilegiare il rispetto di un accordo internazionale stretto con la Russia in sede Opec+, piuttosto che ascoltare le richieste americane. Lo stesso fanno gli Emirati, che hanno proposto a Mosca un dialogo speciale per garantire la sicurezza energetica globale. I due Paesi hanno condannato all’Onu l’aggressione ucraina, ma su questioni in cui sono coinvolti direttamente usano una linea pragmatica, un’agenda dettata dagli interessi più che dall’ idealismo del giusto o sbagliato.

Quella che Ria sottolinea con molto condimento propagandistico è parte dello scontro tra il modello democratico, che Joe Biden considera motore delle relazioni internazionali americane, e quello autoritario, di cui Cina e Russia sono riferimento per tutta una serie di Paesi. Chi dei due riesce a offrire le condizioni migliori? È questa la domanda attorno a cui si snoda una competizione che detta le dinamiche globali.

Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente dell’Uganda Yoweri Museveni, ha messo giù la risposta in modo molto comprensibile: “La maggior parte dell’umanità, che non è bianca, sostiene la posizione della Russia in Ucraina. Putin ha assolutamente ragione!”. Ora, non esiste un sondaggio che abbia rilevato quella maggioranza, e va aggiunto che la Russia ha difeso all’Onu le discusse elezioni di Musaveni e le sue politiche contro le persone Lgbtq, nonché ha investito nel Paese; ma il messaggio dell’ugandese è tutto in quel “che non è bianca”, inteso come non è occidentale, ossia non parte del modello democratico.

In questa percezione è indubbio che quanto sta succedendo con Riad eAbu Dhabi abbia un valore, anche perché se quei due Paesi accettassero di rispondere allo scombussolamento dei prezzi non rispettando un accordo con Mosca tutto questo avrebbe un peso. Primo rappresenterebbe un altro messaggio di severità a Putin (messaggio su una scelta che quei due Paesi contemporaneamente manderebbero al mondo e ai loro cittadini, che sulla base di certe posizioni potrebbe essere portati a chiedere di più); secondo segnerebbero un punto per le democrazie, punto che per altro arriverebbe dal campo degli autoritarismi monarchici; terzo parteciperebbero attivamente all’abbassamento del costo globale dell’energia.

Pressioni su Riad e Abu Dhabi sono arrivate lunedì 21 marzo anche da Berlino. La Germania ha chiesto loro l’aumento delle produzioni e di non speculare sulle sanzioni imposte alla Russia. Il ministro dell’Economia, Robert Habeck, ha parlato riferendosi all’Opec, ma sauditi ed emiratini guidano da anni le decisioni del cartello petrolifero e dunque sono i destinatari di certe dichiarazioni: “Non sto chiedendo che si uniscano alle sanzioni […] ma chiedo di non essere profittatori delle sanzioni europee e statunitensi”, ha detto mentre partiva per un viaggio nel Golfo in cui ha approfondito le discussioni su nuove forniture energetiche a lungo termine, come l’idrogeno e il gas naturale liquefatto.

“Non abbiamo parlato di petrolio, [ma] ho fatto appello che il volume di produzione sia aumentato in modo tale che la gente del mondo possa pagare meno finché ne avremo bisogno”. Quest’ultimo commento è stato aggiunto da Habeck dopo una riunione con il management dell’emiratina Adnoc, con cui la Uniper di Düsseldorf ha stretto accordi sull’idrogeno. In un test per il trasporto parteciperà anche la giapponese Jera e sono questi contratti — come altri che il tedesco ha chiuso sul Lng in Qatar — che possono convincere il Golfo a uno sbilanciamento controllato dalla posizione assunta finora.

Le attività di Habeck dimostrano come molti Paesi europei, tra cui l’Italia, si stanno muovendo per chiudere con la Russia — rappresentando ulteriori opportunità di mercato e di dialogo strategico per una serie di nazioni. Da questo dialogo e da queste partnership passa anche una parziale risposta su quella domanda sui modelli di riferimento.

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