Dall’ecosistema industriale alle partecipate di Stato fino all’intelligence economica. Tre sfide per mettere il Paese al sicuro dalla tempesta, prima che sia tardi. Il corsivo di Enrico Borghi, deputato Pd e componente del Copasir

Gli effetti della guerra si stanno sommando a quelli della pandemia, che a loro volta si erano agganciati a quelli della grande crisi finanziaria della fine degli anni dieci, e cambiano rapidamente lo scenario che abbiamo sotto gli occhi.

Se rimaniamo a un tema-chiave, ovvero quello di come rendere un fatto strutturale la crescita economica registratasi nel 2021, ci rendiamo conto che siamo chiamati ad uno sforzo supplementare.

Perché l’esigenza di non dissipare la spinta dello scorso anno viene appesantita dalle conseguenze della sciagurata guerra putiniana (aumento del costo delle materie prime, crisi accentuata dei semiconduttori, limitazioni della produzione in settori chiave), e l’accelerazione che avevamo registrato rischia di scontrarsi contro l’improvviso piano inclinato in salita che ci troviamo di fronte.

Inutile girarci attorno, e far finta di nulla: come ha opportunamente ricordato la “Relazione annuale sulla politica per l’informazione e la sicurezza 2021”, a fronte delle evoluzioni positive in campo economico nell’anno appena trascorso erano già emerse dinamiche di breve e medio termine che costituiscono una potenziale minaccia per le prospettive di crescita del Paese.

Dinamiche sulle quali la guerra si abbatte con un peso inusitato: l’offerta di energia fossile, la disponibilità di semilavorati in filiere critiche, l’emergere di una spinta inflazionistica generalizzata sono sullo sfondo di un rischio evidente. Quello di una potenziale “gelata” sugli effetti espansivi dell’economia europea.

È evidente che servono anzitutto alcune condizioni preliminari ed indispensabili per evitare ciò. La riapertura di tutto il Paese, per garantire che la domanda interna compressa nei mesi difficili della pandemia riesca a dispiegarsi; la capacità di mettere a terra – presto e bene – le opportunità del Pnrr in termini di produzione e buona occupazione; la capacità a tale proposito di aumentare la partecipazione al lavoro, ad iniziare dal tasso di occupazione femminile e quello giovanile, con particolare riguardo al tema della concentrazione territoriale che vede differenziali inaccettabili tra i sistemi produttivi centrali e le loro periferie; una riforma fiscale che affronti il problema dei bassi salari che a loro volta determinano un freno deciso alla domanda interna.

E, ultimo ma non ultimo, una vera politica industriale. Una fase, cioè, che sappia finalmente archiviare la stagione per la quale il compito della politica era quella di aprire tavoli di crisi e di portare i biscotti al moribondo come le dame di San Vincenzo di antica memoria, per concentrarsi su scelte fondamentali e investimenti decisi nei settori chiave nei quali si giocherà la sfida dei prossimi anni: logistica, forniture, energia, semilavorati, componentistica. E ancora: settore medicale, aerospazio e difesa, telecomunicazioni, siderurgico, automotive.

In tutti questi settori, diventano decisive due azioni preliminari. La prima: vanno concepite come una sorta di “ecosistema” dal punto di vista della sicurezza nazionale, uscendo dalla dimensione delle canne d’organo o delle organizzazioni per filiere interne chiuse alla permeabilità e alla flessibilità. Anche perchè il permanere di questo stato di cose, come conferma l’impennata dell’esercizio dei poteri speciali nel 2021 (la cosidetta “Golden Power”) non fa altro che esporre molte aziende al rischio -molto spesso inconsapevole- di scalata ostile o di impossessamento degli asset strategici.

La seconda: serve un potenzialmento, strutturale e robusto, dell’intelligence economica italiana non solo come strumento di difesa, ma anche come capacità di pianificazione su vasta scala delle nostre politiche industriali strategiche, dentro una logica di cooperazione tra pubblico e privato. Importante è stata la decisione, nei Dpcm di riorganizzazione del Sistema di Informazione della Repubblica, di profilare con nettezza e puntualità le competenze in proposito di Aisi ed Aise. Ma bisogna andare avanti, implementando la riforma da un lato e rafforzandola dall’altro.

E, infine, arriva il ruolo delle partecipate di Stato. Le aziende sottoposte a “Golden Share” coprono segmenti fondamentali per il Paese, per la sua sicurezza economica e non solo e per la capacità produttiva italiana. Nel nuovo contesto globale, alimentato dal rimbalzo delle vicende belliche e dall’aggressività del “capitalismo politico” dei campioni industriali delle autocrazie che mirano a vincere la sfida della concorrenza globale grazie al “doping” del dumping statale, la posta in gioco è molto alta e molto forte.

E le scelte che si faranno a tale proposito saranno decisive, non solo per i prossimi anni, ma per la stessa capacità dell’Italia di reggere l’urto dell’onda innescata dall’intreccio delle tre sfide citate nell’incipit. Sarà bene pensarci. Per tempo. E bene.

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