Atterrata a Varsavia mercoledì sera, la vicepresidente degli Stati Uniti concluderà la sua visita in Est Europa a Bucarest venerdì. In ballo il sostegno alla causa ucraina ma anche dissidi con gli alleati Nato sulla risposta a Putin. E un test fondamentale anche per il suo futuro in politica

La polvere o l’altare. Per Kamala Harris la visita in Polonia e Romania è un grande momento verità. A un anno dal giuramento la vicepresidente americana affronta il test più difficile della sua avventura alla Casa Bianca.

Atterrata a Varsavia mercoledì sera, concluderà la sua visita di due giorni venerdì a Bucarest. Non è un viaggio di cerimoniale: sono i due Paesi della frontiera orientale della Nato, tra i più esposti al flusso di migranti ucraini che fuggono da missili e bombe dell’invasione russa iniziata due settimane fa.

Il tempismo, poi, alza la posta in gioco. In Polonia, dove ha in programma anche un faccia a faccia con il premier canadese Justin Trudeau in visita ai campi-profughi, Harris ha avuto un delicato incontro con il presidente Andrzej Duda. C’è da sbrogliare un intrigo diplomatico che da due giorni crea incomprensioni tra gli Stati Uniti e il loro alleato est-europeo. Al centro ci sono i Mig, i caccia militari di fabbricazione sovietica che il governo polacco vuole trasferire in un deposito americano in Germania per poi inviarli in soccorso di Volodymyr Zelensky e della resistenza ucraina.

Martedì l’annuncio pubblico ha colto di sorpresa la Casa Bianca e il Pentagono, che infatti si sono affrettati a smentire. Come ha minacciosamente fatto intendere Mosca, l’invio di jet da combattimento nei cieli ucraini aumenta di molto il rischio di un incidente, può accendere la miccia per una guerra su scala globale.

Su questo filo sottile cammina Harris a Varsavia. Da una parte la richiesta di un coordinamento più ferreo dell’alleato alla linea della Nato. Dall’altra la promessa di un concreto sostegno americano a difesa di un Paese che si sente oggi più che mai minacciato da Vladimir Putin, confermato dall’invio di due batterie di missili Patriot e dal rinforzo delle truppe Nato, “difenderemo ogni centimetro di territorio dell’Alleanza”.

Tra Duda, un nazionalista accusato dall’opposizione di una stretta sul sistema giudiziario, ed Harris, procuratrice di fama e paladina dei diritti civili, le distanze non potrebbero essere più siderali. Ma il presidente polacco è diventato un alleato prezioso di Washington man mano che lo spettro di un’invasione russa in Ucraina – anticipata da mesi dall’intelligence anglosassone – ha preso forma.

Lo sa Harris, che sconta una scarsa esperienza in politica estera e però con Varsavia tocca per la terza volta in cinque mesi il suolo europeo, dopo le due visite, entrambe di successo, a Parigi e alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.

A Washington osservano attentamente le mosse della vice di Biden, reduce da un anno non esattamente brillante. I sondaggi di gradimento sono impietosi e diffusa è l’impressione che, finora, il mandato Harris non abbia lasciato il segno, come pure sperava chi, ancora oggi, vede nell’ex procuratrice una degna candidata democratica alle presidenziali del 2024.

Certo, la fortuna non è stata dalla parte della prima vicepresidente donna e di colore della storia americana, fiaccata dal basso gradimento del suo presidente nel guado della pandemia e da una serie di deleghe molto spinose, dall’immigrazione sulla frontiera messicana ai diritti. La guerra russa in Ucraina allora può rivelarsi un’occasione di riscatto, uno squarcio dall’ombra dell’ingombrante Commander-in-chief, o l’esatto contrario.

Dalla sua Harris vanta una posizione coerente e priva di ambiguità. Già nel 2019, concedendosi alla tradizionale intervista per i candidati presidenziali di Foreign Affairs, scandiva due promesse a Kiev: “Assicurare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina” e “fronteggiare Putin in difesa dei valori democratici”. Domenica in un discorso a Selma, alle spalle l’iconico ponte Edmund Pettus, ha paragonato la storica marcia per i diritti civili alla resistenza ucraina contro l’esercito invasore, incassando un sonoro applauso.

L’America, svelano i recenti sondaggi, approva a grande maggioranza la causa ucraina. Il trend potrebbe invertirsi, quando la benzina triplicherà i costi e le bollette impenneranno anche lì, come in Europa, ma tant’è. Chissà che il viaggio est-europeo di Harris non possa riaprire una partita della politica interna americana che sembrava già ai fischi finali.

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