Con l’invasione dell’Ucraina, l’Europa si avvia alla creazione di un suo esercito? Per il presidente del Comitato militare dell’Ue, Claudio Graziano, è possibile, ma estremamente difficile. In attesa del prerequisito fondamentale della volontà politica dei Paesi membri, l’Ue deve migliorare la sua interoperabilità militare, spendendo di più e meglio le proprie risorse

L’Unione della Difesa è l’unica risposta possibile a questa crisi. È questo il nodo centrale dell’intervento del presidente del Comitato militare dell’Unione europea, il generale Claudio Graziano, intervistato da Elisabeth Braw per Foreign Policy. “La Russia ha riportato la guerra in Europa – ha detto Graziano – qualcosa di talmente grave e pericoloso da non essere stato considerato possibile”, lo shock di questo evento ha avuto come risposta “indesiderata” l’innalzamento delle ambizioni di Bruxelles di diventare un attore della sicurezza di primo piano. “Ora l’Unione europea è più unita che mai, questo darà una spinta alla costruzione di un’Unione di difesa concreta e credibile. È un percorso lungo, ma sappiamo che dobbiamo farlo”, ha continuato Graziano.

Un esercito europeo?

Alla provocazione di Braw, sulla prospettiva di un “Esercito europeo”, Graziano risponde nel concreto: “Integrare le forze armate è estremamente difficile, ma non è impossibile”. Quello che è necessario, tuttavia, è la volontà politica. Fino ad allora, quello che l’Europa può fare è rafforzare l’interoperabilità tra forze militari continentali. “L’esercito americano e quello russo, usano un solo tipo di carro armato da battaglia; noi europei ne utilizziamo 17 tipi diversi”. Come spiega ancora il generale, questo crea enormi problemi di manutenzione, fornitura e addestramento. Le forze marine e aeree hanno problemi simili, con 180 piattaforme diverse, a fronte delle trenta degli Stati Uniti. “Questo è davvero anacronistico e inaccettabile, abbiamo bisogno di spendere di più, ma anche di spendere meglio”.

Nuove capacità operative

Secondo il generale, parte di questo sforzo sarà lo sviluppo di una capacità di spiegamento rapido dell’Unione europea, che darà la possibilità di mettere in campo una forza ad hoc e multidominio di circa 5mila unità, capace di intervenire anche in ambienti cosiddetti “non permissivi”, cioè in presenza di azioni ostili. “Questa forza avrà anche elementi strategici che in passato sono stati normalmente forniti dagli Stati Uniti” ha spiegato Graziano, riferendosi alle strutture di comando e controllo, trasporto strategico anche aereo, capacità di sorveglianza e ricognizione dell’Intelligence, difesa cibernetica, droni, mezzi di comunicazione spaziale, sistemi di guerra elettronica, difesa antimissile. Per le capacità del futuro: “spero carri armati e jet da combattimento di nuova generazione” ha affermato il generale.

Una deterrenza europea

Già sulle colonne di Airpress, il generale Graziano descriveva le necessità operative della forza di intervento europea: “La necessità è di dotare l’Unione di una full spectrum force package, un pacchetto di capacità in grado di operare in tutti i domini operativi”. Una forza congiunta, multinazionale e interforze la cui “entità e natura dipenderà dalla tipologia del compito da assolvere e dall’ambiente operativo in cui sarà chiamata ad agire”. L’obiettivo, quindi, è andare oltre i battlegroup europei, con forze capaci di essere impiegate in esercitazioni realistiche in previsione dell’impiego operativo in aree di crisi e che siano “rappresentazione di deterrenza e della volontà politica europea” ha scritto Graziano.

La manovra a tenaglia del Cremlino

Graziano era anche intervenuto di recente al panel “Oltre il Mediterraneo” organizzato dalla Fondazione Farefuturo, il Comitato Atlantico Italiano e l’International Republican Institute (Iri), ponendo l’attenzione sul pericolo di una manovra a tenaglia della Russia tesa ad accerchiare l’Europa: “Georgia 2008, Crimea 2014, Siria 2015, poi la Libia, il Mali, l’Africa centrale. L’assertività russa sta prendendo la forma di una manovra su più piani”. In Africa, la strategia del Cremlino si appoggia su eserciti e milizie senza bandiera. “Nel Sahel, in Mali e nell’area centrafricana – ha spiegato il generale – si registra anche una grave crescita della presenza destabilizzante della Wagner, che opera con tattiche ibride già viste in Crimea”, riferendosi all’armata di mercenari al servizio dell’oligarca Evgenji Prighozin, lo “chef” di Vladimir Putin.

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