Nonostante la Cina abbia parzialmente ridotto la propria esposizione economica in Africa, il continente resta uno degli ambiti prioritari della diplomazia di Pechino e luogo in cui rafforzarsi per competere globalmente con gli americani. L’Europa dovrebbe essere più attiva, economicamente e militarmente, per controbilanciare tale presenza. L’analisi di Dario Cristiani, resident senior fellow del German Marshall Fund e senior fellow dell’Istituto Affari Internazionali, Iai

Nel corso degli ultimi anni l’Africa è diventata sempre di più uno spazio di penetrazione di nuove e vecchie potenze globali e uno spazio in cui le logiche multipolari, che stanno sempre di più caratterizzando l’attuale sistema internazionale, si presentano in modo più perentorio. In questa logica la Cina e la Russia sono i due Paesi principali da tenere in considerazione. Per quanto concerne la Cina, l’Africa è da tempo uno spazio privilegiato di penetrazione economica e, necessariamente, politico-diplomatica.

Per Pechino, l’Africa era lo spazio perfetto per investire: materie prime; rapida crescita demografica, quindi mercati ideali per l’export cinese di prodotti a basso costo; necessità per molti governi di avere risorse per investimenti ma senza condizioni troppo strette in termini di condizionalità politica e di governance, come spesso richiesto da americani ed europei. Inoltre, la presenza di una base militare cinese a Gibuti dimostra come la Cina sia conscia che per supportare questa diplomazia economica ci sia anche bisogno di una proiezione militare, sebbene ancora non troppo marcata.

Nonostante la Cina abbia parzialmente ridotto la propria esposizione economica in Africa, il continente resta uno degli ambiti prioritari della diplomazia di Pechino e luogo in cui rafforzarsi per competere globalmente con gli americani. Se per la Cina la penetrazione economica è la principale cifra della propria espansione africana, per la Russia invece tale espansione non è più diversificata come lo era ai tempi dell’Urss ma si declina principalmente con lo strumento militare, ufficiale ma soprattutto para-militare.

Nel primo ambito, tra il 2015 e il 2019 Mosca ha firmato ben 19 accordi di collaborazione militare con governi africani. Nel secondo, invece, Wagner e altre compagnie private militari russe sono diventate particolarmente importanti, in vari teatri continentali: Libia, Mozambico, Madagascar, Repubblica Centrafricana e più recentemente nel Mali. In quest’ultimo Paese tale presenza è particolarmente significativa perché si pone in aperto contrasto con la presenza europea: il governo golpista maliano ha preferito il supporto – estremamente costoso – delle milizie di Wagner rispetto alla presenza militare francese ed europea nel supporto contro il jihadismo regionale.

Ciò la dice lunga sulla capacità di penetrazione russa in questi spazi. Per la Russia questi sono investimenti relativamente a basso costo da un lato per supportare l’idea che essa resti una potenza globale e non regionale, come per esempio la considerava l’amministrazione Obama; dall’altro, tale presenza può servire come strumento di pressione rispetto ad altri Paesi rispetto agli interessi strategici russi nel suo “estero vicino”. Cina e Russia sono attive nel continente mentre gli americani continuano a essere particolarmente restii a essere più presenti.

Nel novembre 2021 il segretario di Stato Antony Blinken ha effettuato il suo primo viaggio in Africa con l’obiettivo di segnalare un nuovo interesse americano dopo quattro anni di (quasi) totale assenza. A ogni modo, nonostante questi sforzi, appare chiaro lo scarso interesse americano nell’essere troppo coinvolti nelle dinamiche del continente, come dimostrato dalle azioni di Washington in vari teatri, come la Libia o l’Etiopia. L’America resta principalmente focalizzata sull’indo-pacifico e, ora, anche sull’Europa con la guerra in Ucraina.

L’Africa non rappresenta una priorità e questa assenza permette a cinesi e russi di essere attivi senza trovare troppi ostacoli. In tal senso, e nell’ottica di una divisione dei compiti transatlantici, l’Europa dovrebbe essere più attiva, economicamente e militarmente, per controbilanciare tale presenza che, nel lungo periodo, potrebbe rappresentare un problema ben più significativo per gli europei.

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