L’Italia sta riprendendo la sua posizione naturale tra i Paesi guida dell’alleanza democratica. Ora serve uno sforzo complessivo delle istituzioni e una cooperazione con gli alleati per definire e sviluppare i futuri meccanismi di difesa. L’opinione di Laura Harth

È mezzanotte passata. L’invasione russa in Ucraina non ha solo spezzato il sogno di una pace durevole sul continente europeo, ma anche messo a nudo le profonde ferite provocate nel tessuto democratico del nostro Paese tramite le operazioni di influenza maligna da parte delle maggiori dittature del mondo.

Dalla “Russia con amore” al “Grazie Cina”, sono ormai sotto gli occhi di tutti le evidenze degli avvertimenti lanciati da anni da (pochi) giornalisti, esperti e attivisti. Tuttavia, sembriamo ancora titubanti nella risposta. Si va avanti a tentoni con indagini circoscritti ai singoli episodi che occupano le prime pagine dei giornali, mancando l’occasione di prendere sotto esame il problema sottostante: l’attacco frontale al nostro modello democratico attraverso il ventre molle dell’informazione, della politica, della società civile.

Sebbene negli ultimi anni si sia gradualmente alzato uno scudo sui settori definiti “strategici”, sembra mancare ancora la consapevolezza su quanto siano proprio i settori di cui sopra a costituire il cuore della nostra tenuta democratica. Pian piano, le interferenze basate sul vecchio modello sovietico del Fronte Unito si sono moltiplicate nella nostra società, infettandone fette sempre maggiori finché tutto fa brodo e il pubblico non sa più distinguere tra realtà e falsità.

Più che mai urge un’indagine complessiva su tali meccanismi all’opera nelle nostre università, nelle organizzazioni della società civile, nella politica e nei media. Serve un’operazione di verità pubblica affinché il popolo possa riacquisire un rapporto democratico basato su fatti piuttosto che su una propaganda travestita da opinioni.

A novembre 2021 abbiamo pubblicato “Una preda facile, le agenzie di influenza del Partito comunista cinese e le loro operazioni nella politica parlamentare e locale italiana”. Sono stati descritti e denunciati ad nauseam gli accordi di condivisione dei contenuti e altro tra agenzie e media cinesi con le controparti italiane, messi allo stremo da sotto finanziamenti continui. Lo stesso sui pericoli degli Istituti Confucio nelle università e i licei del nostro Paese. Come in altri Paesi, arriveranno esposti sui legami tra istituti di ricerca, fondazioni e think tank italiani con controparti controllate dal Partito comunista cinese nonostante le sue sanzioni ad alcuni dei più noti sinologi europei.

L’opera continua, fatta da alcuni coraggiosi giornalisti e ricercatori italiani e stranieri e continua a svelare simili meccanismi all’opera da parte di agenzie russe.

In questo nuovo contesto mondiale in cui l’Italia sta riprendendo la sua posizione naturale tra i Paesi guida dell’alleanza democratica, non può permettersi di ignorare il cancro che si è insediato all’interno della sua società. Le questioni sollevate sono solo alcune delle tante che vanno esaminati con cura e riconosciute d’urgenza come settori strategici per un Paese democratico nel XXI secolo. Serve uno sforzo complessivo delle istituzioni – un whole-of-government approach – e una cooperazione con i Paesi alleati per definire e sviluppare i futuri meccanismi di difesa. E serve portare i risultati di questi sforzi alla conoscenza della nazione in modo che tutti possano sviluppare gli anticorpi a questi striscianti demoni autoritari.

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