Dal rafforzamento dell’alleanza Aukus con Regno Unito e Australia agli accordi commerciali con i partner regionali. Mentre la guerra infuria in Europa, l’amministrazione Biden mette in chiaro le priorità: la Cina è l’avversario numero uno

La guerra scatenata dalla Russia in Ucraina rischia di dare una prospettiva distorta di quali siano le priorità della politica estera americana. Un comunicato diffuso martedì dalla Casa Bianca aiuta a rimettere a fuoco. La scelta di rilanciare Aukus, il partenariato militare inaugurato lo scorso settembre tra Australia, Stati Uniti e Regno Unito nell’Indo-Pacifico, è un messaggio politico eloquente.

Nata con la fornitura a Canberra di una flotta di sottomarini Ssn a propulsione nucleare, l’alleanza in chiave anticinese è pronta a fare un salto avanti con una nuova partnership sulle armi ipersoniche. È solo l’ultimo segnale: a Washington considerano la sfida militare, economica e tecnologica cinese una priorità assoluta. Più ancora della minaccia russa in Europa.

C’è scritto nero su bianco nell’anticipazione della Strategia per la Difesa nazionale del 2022 pubblicata dal Pentagono. La Cina, si legge, è “il nostro competitor strategico più urgente e una sfida crescente per il Dipartimento”. Niente di nuovo. Quattro anni fa, nell’ultimo documento strategico della Difesa americana stilato nell’era Trump, la Cina era ancora al primo posto.

Invece che rallentare, l’invasione russa in Est Europa accelera il pivot asiatico americano. Certo, le sanzioni e i rifornimenti di armi in direzione di Kiev sottraggono risorse non indifferenti al bilancio – l’ultima tranche è da 300 milioni di dollari – tanto più in vista di un conflitto che rischia di congelarsi e durare “mesi”, come ha previsto il Consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan. Ma è una goccia in un oceano, letteralmente.

Il potenziamento di Aukus, l’alleanza che ha fatto infuriare il presidente francese Emmanuel Macron, perché ha mandato in fumo una commessa militare da 50 miliardi di euro di Parigi, ha ragioni contingenti. A luglio la rivelazione di test cinesi di missili supersonici – testate che viaggiano a una velocità cinque volte superiore al suono – ha alzato l’allerta a Washington. E l’espansione dell’arsenale strategico e militare cinese, anche nucleare, “lascia senza fiato”, ha confessato in audizione al Congresso il capo del Comando strategico, l’ammiraglio Charles Richard. Di qui il pressing crescente, forte di un fronte bipartisan al Congresso, per evitare che la crisi europea distragga forze e attenzioni dall’Indo-Pacifico.

In cima alla lista c’è Taiwan. In attesa di scoprire se la guerra russa aumenti o diminuisca le possibilità di un’invasione cinese sull’isola autonomista, gli Stati Uniti corrono ai ripari. Ieri il Dipartimento di Stato ha approvato un pacchetto di aiuti militari a Taipei da 95 milioni di dollari, il terzo in un anno. Fra le altre forniture, conterrà i temibili missili Patriot: a Pechino non apprezzeranno.

Il riarmo è trasversale. L’Australia, ha annunciato il premier Scott Morrison, investirà 2 miliardi e mezzo di dollari per accaparrarsi i missili terra-aria Jassm per poi montarli sui suoi F/A-18 o F-35, capaci di colpire un obiettivo a 900 chilometri di distanza. Canberra è il partner chiave nella strategia di contenimento cinese nel quadrante Pacifico, perché è il più esposto. Un passo falso può incrinare l’intera architettura di sicurezza. Come quello commesso permettendo alle Isole Salomone, un piccolo ma strategico Stato-arcipelago al largo delle sue coste, di stringere una partnership di sicurezza con la Cina. Se dovesse scoppiare un conflitto, Pechino potrà contare su uno snodo strategico a presidio delle rotte marittime australiane.

Alla pressione militare si somma quella economica. Da mesi prosegue il via vai nella regione della segretaria al Commercio Gina Raimondo e la rappresentante per il Commercio Katherine Tai, insieme al Segretario di Stato Antony Blinken. Il piano d’azione ha un nome, “Indo-Pacific economic framework”. L’obiettivo è creare una nuova rete di rapporti commerciali privilegiati con tutti i partner dell’area, dal Giappone alla Nuova Zelanda, che metta all’angolo le ambizioni espansionistiche cinesi.

Una missione delicata e per nulla scontata. Quando si tratta di commercio, è il Congresso che deve delegare i poteri al presidente americano. E gli accordi di libero scambio fanno storcere il naso a una parte della politica americana, perché rischiano di danneggiare il lavoro a casa con concorrenza a basso prezzo. Non a caso nella Strategia per l’Indo-Pacifico di febbraio l’amministrazione ha specificato che gli accordi dovranno “rispettare alti standard lavorativi e ambientali”. Una precauzione in vista delle elezioni di mid-term in autunno e, due anni dopo, delle prossime presidenziali.

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