L’alleanza strategica e militare con Putin non piace nemmeno un po’ a fondi, investitori e risparmiatori, che da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina hanno deciso di mollare gli ormeggi e salutare il Dragone. E così dopo inflazione e crisi immobiliare Xi ha un altro problema

2022, fuga da Pechino. C’è l’onda lunga della guerra in Ucraina dietro l’emorragia di capitali dalla Cina. Non che sia la prima volta dalle parti del Dragone, ma se si mettono insieme i diversi pezzi del mosaico ecco che il quadro d’insieme non è certo roseo. L’inflazione galoppa ai massimi da anni, la crisi immobiliare, legata a doppio filo al debito sovrano è tutt’altro che risolta e la strategia zero-Covid, fallimentare da un punto di vista sanitario, farà male anche all’economia.

Ce ne è abbastanza per ipotecare quella crescita che, seppur sopra le stime nel primo trimestre dell’anno, rischia di chiudere a fine anno con il fiatone. Adesso si aggiunge la voglia di non volerne sapere più del Dragone e dei suoi mercati. Il perché è presto spiegato. L’amicizia del presidente cinese Xi Jinping con il leader russo Vladimir Putin e che ha assunto le sembianze di un’alleanza strategica e anche militare, ha reso gli investitori più diffidenti nei confronti della Cina, spingendoli ad abbandonarla. La sensazione che si annida presso fondi e semplici risparmiatori è che la Cina sia disposta a tutto per sostenere l’alleato russo, anche a costo di trascinare a fondo l’economia. Paure in un certo senso giustificate se si considera il lockdown spietato e l’accanimento visto in questi giorni a Shanghai.

Alla luce di tutto questo, i deflussi dalle azioni, dalle obbligazioni e dai fondi comuni del Paese hanno accelerato dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Un esempio? Il fondo sovrano norvegese, con in pancia 1.300 miliardi di dollari ha sbattuto la porta in faccia alla richiesta di aiuto e sostegno pervenuta da un colosso dell’abbigliamento sportivo. Ancora, secondo alcune fonti qualificate, i fondi di private equity che operano in dollari statunitensi e che investono in Cina hanno raccolto nel loro complesso solo 1,4 miliardi di dollari nel primo trimestre – la cifra più bassa dal 2018, nel medesimo stesso periodo.

Insomma, l’appoggio formale e informale alla Russia e le sanzioni che hanno colpito quest’ultima hanno generato un ripensamento degli atteggiamenti occidentali verso la Cina. Ma non c’è solo la Russia a far fuggire a gambe levate gli investitori. Secondo l’Institute of international finance, i flussi in uscita che “stiamo vedendo sono senza precedenti sulla dimensione e nell’intensità, soprattutto perché non stiamo assistendo a simili deflussi dal resto dei Paesi emergenti. La tempistica dei deflussi in coincidenza con l’invasione dell’Ucraina suggerisce che gli investitori esteri potrebbero guardare alla Cina sotto una nuova luce, anche se è prematuro trarre conclusioni definitive”.

Ma se il buongiorno si vede dal mattino, i dati ufficiali mostrano come gli investitori stranieri hanno ridotto in febbraio i bond del governo cinese in portafoglio. Motivo? Le sanzioni imposte alla Russia hanno congelato le riserve della Banca centrale in euro e dollari, alimentando le speculazioni sulla possibilità che Mosca venda i titoli cinesi in suo possesso per raccogliere fondi.

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