Mosca vuole aprire un consolato nella parte dell’isola occupata dai turchi, mentre si moltiplicano i pattugliamenti dall’Adriatico al Mediterraneo. Provocazione di Çavuşoglu

La Russia ha deciso di aprire un consolato nella parte settentrionale di Cipro riconosciuta solo da Ankara e non dalla comunità internazionale. Una decisione che prefigura anche l’instaurazione di relazioni diplomatiche, ma soprattutto una provocazione anti Nato, al pari del dispiegamento di circa 20 navi da guerra tra Cipro e Tartus, a cui l’alleanza atlantica risponde con tre portaerei (tra cui l’italiana Garibaldi) in attività tra lo Ionio e Creta. Al contempo fa specie la posizione del ministro turco Mevlüt Çavuşoglu che accusa: “Qualche membro della Nato vuole che la guerra continui”.

Cipro nord

Non è questa una mossa casuale né figlia dell’improvvisazione, dal momento che apre una serie di fronti in un Mediterraneo già caratterizzato dall’altissima tensione. I territori occupati dai militari turchi sono al centro dell’atavica questione sulla divisione di Cipro, resa ancora più complessa dopo la scoperta dei giacimenti di gas che ha scatenato le pretese turche, nonostante la parte settentrionale sia stata invasa, in risposta ad un tentativo di golpe greco. Per questa ragione né l’Onu né la comunità internazionale hanno mai riconosciuto la Repubblica autoproclamata di Cipro Nord.

Non è un mistero che dopo l’accordo su una zona economica esclusiva raggiunto tra Turchia e Libia, che di fatto “taglia” il mare di Creta, il progetto del gasdotto Eastmed sia stato messo in grande difficoltà.

Gli intrecci sulle nuove capacità energetiche di Israele, Cipro ed Egitto rappresentavano già prima della guerra in Ucraina la cartina di tornasole geopolitica a queste latitudini. Da 60 giorni però il quadro se da un lato si è compattato attorno al comune denominatore dell’alleanza atlantica anti invasore, dall’altro sta registrando piccole (ma non indolori) scosse sismiche proprio alla voce energia e alleanze.

Chi mostra i muscoli a chi

Dallo Ionio al Mediterraneo orientale c’è un intensissimo traffico militare in queste settimane. Nello specifico a est di Creta navigano la portaerei americana USS Truman e il Combat Strike Group; la portaerei italiana Cavour si trova a Taranto con l’esercitazione Cold Reponse 22; il Gruppo Navale Permanente 2 della Nato pattuglia il Mediterraneo orientale, mentre il Gruppo Permanente Nato SNMCMG2 segue il Mare Adriatico. A controbilanciare gli occhi e i radar atlantici ecco le navi russe che fanno la spola tra la base di Tartus e il Mare Nostrum.

Intanto in Grecia sono in arrivo ben 400 veicoli M1117, inoltrati alle Unità speciali di Evros, al confine con la Turchia e in seguito sulle isole considerate più sensibili. E c’è anche un AWACS greco decollato da Lemno per sorvegliare i cieli di Romania e Bulgaria sul Mar Nero. Inoltre in Kosovo sta per iniziare un’esercitazione congiunta, denominata “Swift Response 2022”, con una forza di reazione rapida che mobiliterà circa 4.000 soldati, inclusi un migliaio di paracadutisti di Italia, Francia, Regno Unito, Albania e Montenegro.

Qui Usa

Che il ruolo turco sia mutato alla luce della guerra in Ucraina lo ha sottolineato anche Washington, che attende la visita di Mevlüt Çavuşoğlu del prossimo 18 maggio. Turchia e Stati Uniti sono importanti partner bilaterali con una serie di interessi condivisi, ha ribadito il portavoce del Dipartimento di Stato americano Ned Price, ma andranno appianate al meglio le relazioni bilaterali danneggiate dalle divergenze su questioni regionali come la Siria e l’acquisto da parte di Ankara di missili di difesa aerea S-400 dalla Russia che ha provocato l’esclusione dal dossier F-35. Ma proprio in virtù di una oggettiva apertura americana ad Ankara, fanno specie le parole del ministro degli esteri turco.

Qui Ankara

In occasione di un’intervista televisiva alla CNN Turk, Çavuşoğlu ha detto che la Turchia non credeva che la guerra Russia-Ucraina sarebbe durata così a lungo dopo i colloqui di pace a Istanbul. “Ma dopo la riunione dei ministri degli Esteri della Nato, l’impressione è che ci sia qualcuno tra i membri della Nato che vuole che la guerra continui. Che la guerra continui e che la Russia sia indebolita”.

Parole che appaiono stonate rispetto al canale commerciale e militare che esiste tra Ankara e Kiev: lo dimostra la fornitura da parte dell’azienda turca Garanti Kompozit dell’equipaggiamento di protezione balistico utilizzato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky e dalla sua squadra o la vendita dei famosi droni Bayraktar TB2, prodotti dalla Baykar Techonologies di Selçuk Bayraktar, genero del presidente Erdoğan. Si tratta di velivoli già utilizzati in Siria e Libia, e venduti a players strategici come Qatar, Polonia e Azerbaijan, di cui l’Ucraina ha acquistato 20 pezzi e che stanno offrendo un contributo decisivo alla resistenza di Kiev.

@FDepalo

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