Belgrado ha votato la risoluzione Onu di condanna dell’attacco di Putin all’Ucraina ma senza aderire alle dure sanzioni occidentali. Ora la questione principale è l’insostenibilità della politica del doppio forno tra Ue e Russia. L’analisi di Igor Pellicciari, professore ordinario di Relazioni internazionali Università di Urbino

A ottobre del 2021 su queste pagine scrivemmo della Conferenza di Belgrado in occasione del 60° anniversario del Movimento dei Paesi non allineati, con ben 105 Stati e nove organizzazioni internazionali presenti. Fu l’unica analisi dedicata all’evento nei media nostrani, distratti dalla concomitante riunione del G20 a presidenza italiana, divisa a metà tra temi vecchi pandemici e futuri di ripresa economica, cambiamento climatico e transizione energetica.

In parte il disinteresse per l’evento di Belgrado stava nel fatto che i Paesi non allineati, dopo decenni di centralità nel ruolo di cuscinetto tra Patto atlantico e Patto di Varsavia, con la fine del bipolarismo erano diventati scatole vuote, relegate all’irrilevanza.

La conferenza di ottobre dimostrò di ambire a essere molto più della stanca celebrazione di un’organizzazione marginale sopravvissuta a sé stessa. Lo sforzo organizzativo per un evento in presenza (mentre il G20 romano era quasi tutto da remoto) e le energie profuse in prima persona dal presidente serbo Aleksandar Vučić svelavano il disegno di riportare la politica estera serba agli antichi splendori del periodo jugoslavo. Belgrado puntava al rilancio del Movimento oltre il suo storico neutralismo, per farne base multilaterale alternativa di istanze critiche e rivendicazioni rivolte in primis al versante occidentale. Non a caso il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov era volato in Serbia, platealmente assente dal G20 romano, dopo l’opposizione russa a portarvi la discussione sulla crisi in Afghanistan, seguita al ritiro degli Stati Uniti.

Benché (anche) in Serbia l’inizio del conflitto russo-ucraino abbia colto i più di sorpresa, la conferenza di ottobre, a sei mesi di distanza, assume oggi un senso più preciso, in particolare se collegata alla decisione serba di votare la risoluzione della Nazioni Unite di condanna dell’attacco russo all’Ucraina ma senza aderire alle dure sanzioni occidentali contro Mosca. È posizione di compromesso che però nel clima polarizzato bellico ha censito Belgrado tra i pochissimi Paesi europei rimasti al fianco di Mosca. Dice molto del contesto in cui è maturata e delle possibili conseguenze sull’inevitabile global reset delle relazioni internazionali mondiali, già in corso.

La scelta (non sorprendente) di non aderire alle sanzioni nasce dall’incrocio tra alcuni aspetti tradizionali e altri contingenti, legati al giro di consultazioni elettorali (presidenziali, parlamentari e amministrative) che si tengono proprio oggi (domenica 3 aprile, ndr) in Serbia, con i sondaggi concordi nel prevedere una netta affermazione del presidente uscente.

Veloce nell’intercettare-indirizzare il sentimento popolare (come durante la surreale vicenda di Novak Djoković agli ultimi Australian Open), Vučić è stato abile a intestarsi il secolare legame politico e socioculturale tra Serbia e Russia. Riemerso con prepotenza al termine dell’esperienza jugoslava e sovietica – strutture federali che mediavano il rapporto diretto tra i due Paesi – si è consolidato negli anni grazie a un continuum di fitte collaborazioni nei campi più disparati, culminate nel recente aiuto russo alla Serbia durante le diverse fasi del Covid-19 (peraltro, a fronte dell’assenza iniziale degli aiuti di Unione europea e Stati Uniti).

A rafforzare il legame contribuisce una comune avversione dei due Paesi alla Nato, i cui massicci bombardamenti subiti da Belgrado solo due decenni fa hanno lasciato vivo in Serbia un risentimento popolare di piazza, che la politica locale segue e si guarda bene dal contraddire, soprattutto in periodo pre-elettorale.

Nel frattempo, la scelta serba di non votare le sanzioni, appunto perché isolata, è andata ben oltre il ritorno politico interno e ha prodotto una serie immediata di benefici economici, oltre ogni previsione (ammesso che ce ne fossero). Dai trasporti agli scambi finanziari è bastato un mese di conflitto in Ucraina per accreditare la Serbia come ponte di collegamento tra Occidente e Mosca, con un impressionante numero di persone fisiche e giuridiche russe a considerare una re-location del centro di interessi nei Balcani. Dall’impennarsi dei prezzi dell’immobiliare fino alla decisione di Bank of China di moltiplicare il personale nella filiale di Belgrado, svariati indicatori stanno a dire che questo trend di benefici andrà rafforzandosi, con il ritorno a una nuova cortina di ferro. Oramai dato per scontato anche dai più indefessi ottimisti.

Il punto è che da tempo Belgrado (si badi, anche con il placet di Mosca) ha perseguito una politica estera di rapporti privilegiati con Russia (e Cina) ma al contempo lavorando per un ingresso nell’Unione europea, che – seppure non dietro l’angolo – non è chimera irraggiungibile come nel caso turco. Poiché la crisi bellica in Ucraina ha annullato le relazioni tra Bruxelles e Mosca e rafforzato il rapporto (non sempre facile) tra Unione europea e Nato, dopo le odierne elezioni la questione principale per Belgrado diventa l’insostenibilità di questa politica del doppio forno.

Ad avere già posto il problema è Bruxelles (per Mosca, invece, Belgrado nell’Unione europea darebbe più vantaggi strategici che problemi) con esplicite e pressanti richieste alla Serbia di aderire alle sanzioni contro la Russia, pena uno slittamento sine die del suo processo di adesione all’Unione.

Vučić finora è stato abile a giocare sui vari piani in vista dell’importante appuntamento elettorale interno (la politica serba, come quella italiana, predilige la tattica alla strategia). Per il futuro, visti i benefici certi che ne derivano, è probabile che farà di tutto per istituzionalizzare l’attuale politica non-sanzionatoria nei confronti di Mosca, cercando però di prendere ulteriore tempo con Bruxelles. E qui di sicuro tornerà utilissimo un eventuale gioco di sponda con la dimensione multilaterale del Movimento dei non allineati.

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