Diversi Paesi e titani della finanza come BlackRock si stanno aprendo alle criptovalute. È una corsa a chi capirà e saprà sfruttare per primo le potenzialità del criptoverso, che rimane un terreno incerto e fertile per le truffe. Breve panoramica degli ultimi movimenti

Tra i flussi turbolenti dei mercati globali, scossi dal conflitto in Ucraina e dalle sue conseguenze su materie prime, catene di approvvigionamento e commercio globale, sta diminuendo la volatilità del bitcoin. La criptovaluta è transfrontaliera e neutra per definizione, cosa che ne aumenta l’attrattività per chi diffida delle valute classiche. Ma è anche un segno dell’attenzione crescente per il criptoverso, rimarca Bloomberg: l’interesse degli attori “di peso” lo starebbe stabilizzando.

Anche al netto di discreti fallimenti nel web3, come un paio di hacking multimilionari e le mancate promesse sulla decentralizzazione, si sta allargando la platea dei convinti, in cui figurano grandi istituzioni finanziarie e governi nazionali. Giovedì la Repubblica Centrafricana è diventata il secondo Stato al mondo – dopo El Salvador – a riconoscere le crypto come valuta legale.

Gli analisti rimarcano che si tratta di due economie impoverite che vogliono attrarre investimenti internazionali; non controllando appieno la propria offerta di denaro faticano a ottenere prestiti internazionali coperti dalle proprie valute, e le crypto possono aiutare ad aggirare questo impasse. Ma anche Paesi ben più economicamente solidi – Emirati Arabi, Germania, Regno Unito, Singapore, Svizzera e diversi Stati negli Usa – si sono già mosse per rendersi più crypto-friendly.

In linea di massima i loro governi si sono convinti che l’adozione delle criptovalute aumenterà, che serve regolamentare, e che conviene farlo in modo da attrarre le compagnie. “È una corsa che si è intensificata da quando le autorità globali si sono rese conto dell’entità dei flussi di capitale che si riversano nelle tecnologie legate alle criptovalute, le quali potrebbero portare transazioni più economiche e veloci per i consumatori e sostituire le relazioni profondamente radicate nel sistema finanziario”, scrive il Financial Times.

BlackRock, l’asset manager più grande al mondo, è decisamente d’accordo: in un rapporto appena pubblicato indica le crypto come un’opportunità di crescita esponenziale, e il suo Ceo Larry Fink ha detto ai suoi investitori che un sistema di denaro digitale ben progettato potrebbe tagliare i costi transfrontalieri, migliorare gli insediamenti delle transazioni globali e aiutare a ridurre il riciclaggio di denaro. Poco tempo fa ha partecipato al round di finanziamento in Circle Internet Financial, la compagnia dietro a una stablecoin “agganciata” al valore del dollaro e apprezzata dagli investitori più scrupolosi.

Tra gli altri finanziatori di Circle c’era anche Fidelity, altro asset manager voluminoso, il quale ha appena aperto un fondo pensione che include anche i bitcoin. Secondo Bloomberg anche la banca svizzera UBS starebbe esplorando delle alternative di investimento nelle criptovalute da offrire ai suoi clienti. Questa settimana BlackRock ha lanciato un Eft (fondo scambiato in borsa) pensato per i non iniziati che vorrebbero investire: li espone alle compagnie nell’industria delle criptovalute, o più generalmente quelle impegnate in progetti blockchain.

Occhio: la cautela che stanno dimostrando questi titani della finanza suggerisce che non si tratta affatto di una corsa all’oro (digitale), ma di un’attenta selezione delle caratteristiche del web3 con potenziale vero e non “gonfiato”. Come rimarca Jemima Kelly su FT, in un’intervista recente è parso che Sam Bankman-Fried, Ceo di FTX (una crypto exchange), ammettesse che uno dei servizi che offre è di fatto uno schema Ponzi.

I problemi del criptoverso sono tutt’altro che risolti: le compagnie che fanno partire progetti “decentralizzati” spesso li controllano e ci lucrano, gli stessi mercati di Nft ammettono che la maggior parte di questi cryptoasset sono plagiati o ingannevoli, esistono oltre 20.000 crypto che valgono poco o nulla – spesso veicoli di frodi, dove chi le detiene si destreggia per farne crescere la popolarità e il valore e poi le vende tutte d’un colpo quando pensa di poter massimizzare il profitto. Per non parlare dell’impatto ambientale provocato dalla validazione di alcune crypto.

Regolamentazioni e interesse istituzionale possono puntellare quello che rimane un Far West finanziario. La stabilizzazione del bitcoin, di fatto l’indice del mercato delle crypto, suggerisce che la direzione è quella. Ma molti Paesi stanno rincorrendo il criptoverso – e anche quelli che lo hanno delimitato devono fare i conti con l’anelito di libertà (anarchia?) finanziaria e avversione alla regolamentazione centrale che innerva l’ideologia del web3. Il come convergeranno questi elementi determinerà l’evoluzione della finanza in chiave crypto, e viceversa.

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