L’annuncio di Francesco non è una rinuncia, ma l’annuncio che il lavoro prosegue in attesa del tempo giusto: anzi, per costruirlo quel tempo

È un’intervista importantissima quella rilasciata da papa Francesco al quotidiano argentino La Nación. Se a prima a vista si può ritenere che la notizia stia nel fatto che il papa dice che almeno per ora non andrà a Kiev, la vera novità sembra un’altra. L’incontro tanto atteso tra lui e il patriarca della Chiesa ortodossa russa non si farà. Il papa dice che era previsto per giugno a Gerusalemme, ma la diplomazia vaticana gli ha fatto presente che in questo momento l’incontro avrebbe potuto creare confusione. E in effetti su cosa avrebbero potuto convenire il papa e il patriarca?

Il primo ha definito questa guerra “sacrilega”, il secondo l’ha chiamata “metafisica”. Una guerra alla quale cioè lui attribuisce il valore degli eventi che decidono dei destini dell’umanità. È stato evidente sin da subito che Francesco non intendeva lasciare il patriarca in balie di queste onde fondamentaliste, classiche di un pensiero che vede tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Ora probabilmente rinuncia ma non per lasciare libero corso agli eventi, ma per esercitare una più decisa pressione sulle parti affinché capiscano che nessuna Chiesa può parlare il linguaggio apocalittico, o del potere, ma quello del Vangelo. Così annuncia di conseguenza anche che per ora un viaggio a Kiev non è previsto. “Il papa non fa passerelle”, ripete da tempo il direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro. E se capirsi non sembra nell’agenda di nessuno, cosa andrebbe a fare il papa? Lui, che è andato in Iraq, in Centrafrica, che presto andrà in Sud Sudan e in Congo, per andare di persona deve vedere un possibile processo da affiancare, favorire. Se il giorno dopo la sua visita il fuoco riprendesse come prima, cosa avrebbe fatto? E siccome nulla dice il contrario, non va.

Neanche la tregua per la Pasqua ortodossa appare possibile, quindi quello del papa non sembra un ritirarsi, ma un rilancio. Scommettere sulla pace non è facile se nessuno vede come. Le ragioni di parte annebbiano le menti, il papa non nega la sua vicinanza a chi soffre, ma non lo presta a nessuna agenda diversa dalla sua. E la sua agenda resta quella che in ogni viaggio ha testimoniato anche rischiando.

L’assunzione di responsabilità per il mancato incontro con il patriarca Kirill appare un gesto d’apertura, una mano tesa. La diplomazia vaticana infatti, dopo averci tanto lavorato, sarebbe arrivata alla conclusione che quell’incontro creerebbe confusione: ma questo sarà avvenuto per qualche motivo. Si sarà parlato tra le parti di qualcosa su cui convenire. Questo appare probabile, come appare improbabile che il Vaticano potesse assecondare disegni apocalittici, o metafisici. La separazione dal potere politico del potere spirituale non è un argomento di casa a Mosca, questo è noto. Evidentemente occorre ancora quello che il grande cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato Vaticano dei tempi più più difficili del Novecento, ha chiamato “il martirio della pazienza”. L’annuncio di Francesco non è dunque una rinuncia, ma l’annuncio che il lavoro prosegue in attesa del tempo giusto: anzi, per costruirlo quel tempo.

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