Riportare al centro dell’interesse dei lavoratori e cittadini il Pnrr per evitare ritardi e deviazioni non è operazione di poco conto, come ristrutturare le politiche sociali orientandole il più possibile allo sviluppo delle competenze ed occupazionali. L’intervento di Raffaele Bonanni

Ecco che Mario Draghi, a distanza di circa 5 mesi, torna a proporre un “patto sociale” con i rappresentanti di lavoratori ed imprese. Era certamente fondata l’altra volta dopo quasi due anni di pandemia con il conseguente risultato grave per economia ed occupazione, lo è ancor più oggi con la esasperazione dei precedenti aspetti, a cui si sono aggiunti altri problemi pesantissimi provocati dalla crisi energetica, dal conseguente aumento vertiginoso dell’inflazione, con la prospettiva negativa di riduzione dei commerci internazionali.

Uno scenario economico-sociale non certamente congiunturale, ma che si protrarrà per lungo tempo su scala globale e quindi in Europa, e probabilmente persino con effetti più pesanti in Italia data la sua particolare vulnerabilità a causa di incuria pluridecennale sui fattori principali economici, determinata dalla crisi politica ed istituzionale, che purtroppo dà prova negativa di sé anche in queste ore di grave prova per le famiglie, per le imprese, per la sicurezza italiana ed europea.

Prepararsi ad affrontare con convinzione e determinazione i tempi futuri, certamente dovrà mirare a salvaguardare i ceti più esposti e nel contempo a sostenere e sviluppare i punti nevralgici della economia. Ed infatti occorre evitare di protrarre la politica miope di considerare le risorse pubbliche provenienti da un pozzo di San Patrizio, assegnandole senza priorità strategiche, ed ancora peggio decidendo il loro impiego con il criterio di dare a ciascuno delle forze politiche la possibilità di intestarle alla propria bandiera.

Assumere anche un baricentro di soggetti sociali oltre a quello politico non può che fare bene al Paese in termini di maggiore coesione e per rendere più trasparente e responsabile ogni decisione. Questo aspetto è importante se consideriamo le dinamiche odierne politiche. C’è per fortuna il presidente del Consiglio che spinge per politiche virtuose, mentre gran parte del ceto politico lo tengono in tensione per carpire in cambio di consenso segni tangibili di provvidenze da ostentare ai loro elettori. Ma come ha sottolineato Mario Draghi il patto sociale deve servire alla crescita dei salari. Ci sono 2 modi per ottenere questo risultato: ridurre le tasse su tutto il salario ed ancora di più sulla componente relativa al salario di produttività; aumentare produttività e competitività intervenendo su tutti i fattori dello sviluppo.

Riportare al centro dell’interesse dei lavoratori e cittadini il Pnrr per evitare ritardi e deviazioni non è operazione di poco conto, come ristrutturare le politiche sociali orientandole il più possibile allo sviluppo delle competenze ed occupazionali. Infatti far passare nel Paese l’idea che è la ricerca dell’efficienza la svolta storica italiana con il concorso cooperativo di ciascuno, è una validissima idea su cui fondare un nuovo paradigma per l’Italia. E allora più salario generato da minori tasse sul lavoro e più salario detassato dalla maggiore produttività, può essere un grande obiettivo dei lavoratori e delle imprese.

L’efficienza dovrà anche riguardare l’obiettivo di avere più persone al lavoro e meno risorse da impiegare per l’assistenza. Anche in questo caso, 2 sono i modi per ottenere risultati basici: dare forte priorità è velocità di impiego agli investimenti del Pnrr per la transizione energetica e digitale; sostenere comunque con un reddito di cittadinanza chi non trova lavoro, ma qualora gli venga offerto, o lavora o perde il reddito stesso.

Se il patto coglie questi obiettivi, potrà essere una alternativa sociale, economica, culturale a questa Italia che stenta ad andare avanti. È tirata qui e lì da più parti, ma raramente spinta dalla parte del buon senso della lungimiranza.

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