Dopo il blocco di Sputnik e RT, il Cremlino ha deciso di far ricorso a una tattica cinese: schierare i profili dei propri diplomatici. Così le ambasciate russe (amplificate dai bot) condividono propaganda, disinformazione e finto fact checking

Poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina, gli alleati occidentali si sono mossi per ovattare i megafoni del Cremlino. A distanza di sei settimane possiamo definirla una piccola vittoria: la portata di Sputnik, RT e altri canali di propaganda filorussa è stata pesantemente ridimensionata (almeno in Occidente). Così Mosca ha deciso di modificare la propria strategia – e per farlo ha guardato ai “lupi guerrieri” di Pechino.

Nelle ultime settimane l’attività combinata degli account diplomatici russi è aumentata del 26%, secondo i dati dell’Alliance for Securing Democracy (del German Marshall Fund). Il Cremlino sembra aver adottato la tattica dei wolf warrior cinesi, ufficiali che diffondono aggressivamente la linea del partito-Stato sui social media.

Non è abbastanza per colmare il vuoto di RT e Sputnik, che contavano milioni di lettori in diverse lingue e Paesi. Tuttavia la mossa rivela il nervosismo russo sul fronte dell’infowar, dove sono costretti a ricorrere ai pochi canali rimasti per provare a spingere la loro versione. Il materiale che diffondono è lo stesso delle testate bloccate o limitate, ma postano anche hashtag filorussi come #DonbassTragedy e link a siti e canali pro-Russia che oltre a condividere propaganda si dedicano al “fact checking” delle “falsità” ucraine.

L’operazione di debunking farlocco è imperniata su Warfakes, un sito registrato in Russia, e l’annesso canale Telegram che è arrivato a 725.000 iscritti. Questi canali diffondono gli stessi argomenti del Cremlino, punto per punto, e utilizzano un linguaggio simile ai servizi occidentali genuini. Oggi sono diventati il faro digitale da cui i diplomatici russi prendono spunto per contrastare, ad esempio, la copertura giornalistica dei massacri di Bucha. Esattamente quello che hanno fatto le missioni diplomatiche russe a Parigi e Ginevra.

Gli esempi sono vari e copiosissimi, come dimostra la ricerca dell’Università di Amsterdam. C’è anche un altro dato, che secondo gli analisti europei indica l’utilizzo di bot e profili falsi: l’engagement (la misura delle reazioni come like e ricondivisioni) dei post è schizzato oltre il 200% rispetto al periodo prebellico. I documenti interni Ue visti da Politico parlano di un “picco massiccio di account appena creati” che condividevano i messaggi dei diplomatici, con tanto di hashtag pro-Russia.

Infine, serve considerare anche l’altro versante, il sostrato mediatico “spontaneo” che rilancia i messaggi dei diplomatici tra un video falso e un editoriale filorusso. Anche qui rimane lo zampino del Cremlino, dato che le fonti di propaganda come Sputnik e RT sono state inibite ma non tappate.

Una ricerca di Formiche.net ha mappato l’esistenza di canali Telegram in lingua italiana nati apposta per tradurre il contenuto originale russo e rilanciare i contenuti in italiano. Si tratta di veri e propri backup del canale di Sputnik, come SPTNK ITA o War Real Time, corredati delle stesse grafiche ed equipaggiati con gli stessi messaggi. Pronti per l’utilizzo di quello zoccolo duro di disinformatori, consapevoli o meno, che iniettano la narrativa russa nell’infosfera pubblica italiana.

Screenshot di un canale Telegram alternativo a Sputnik
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Screenshot di un canale Telegram alternativo a Sputnik
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