I megafoni del Cremlino sono ancora online e continuano a diffondere propaganda, anche se con più difficoltà. E sebbene Putin fatichi a mantenere il controllo della narrazione, c’è chi continua a rilanciarla – anche in Italia

Ieri era la “denazificazione” dell’Ucraina, guidata da una “banda di drogati e corrotti”. Oggi sono le presunte armi chimiche. Quello che accomuna le linee narrative della Russia, finora, è che stanno fallendo all’estero: non hanno attecchito nella maggior parte dell’infosfera globale. Hanno contribuito il flusso continuo di testimonianze ucraine, l’eccellente strategia mediatica della squadra di Volodymyr Zelensky e la risposta occidentale – tra intelligence, politica e società civile – alla disinformazione russa.

Giovedì il direttore della Cia, Bill Burns, ha detto al Parlamento americano che Vladimir Putin sta “perdendo la infowar” anche grazie alle efficaci tattiche dell’intelligence americana. E Jānis Sārts, direttore del Centro di eccellenza sulle comunicazioni strategiche della Nato, ha detto a  Politico Digital Bridge che oggi il braccio propagandistico del Cremlino sta dirigendo il 90% delle risorse verso il pubblico interno e russofono. È “l’ultimo bastione che stanno cercando di difendere, perché [devono] vendere una realtà alternativa” alla popolazione russa alle prese con gli effetti delle sanzioni, ha detto.

Parallelamente, i megafoni del Cremlino all’estero sono sempre più ovattati. Più di una settimana fa l’Unione europea ha deciso di mettere a bando RT e Sputnik, i principali veicoli di propaganda russa verso il resto del mondo. In Europa i canali televisivi hanno cessato di funzionare, i profili sui principali social media sono stati eliminati – con un paio di eccezioni – e i siti web sono stati deindicizzati dai motori di ricerca come Google.

Struttura della macchina propagandistica del Cremlino (Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America)

Gli effetti – e i limiti – della “sordina” occidentale

Va detto che i siti di Sputnik e RT (incluse tutte le versioni in lingua straniera, tra cui l’italiano) continuano a funzionare. Entrambi risiedono su server russi e sono operati da Rossiya Segodnya (anche noto come Russia Today e già Ria Novosti), il gruppo mediatico del governo russo. Ma i Paesi europei non hanno mai oscurato i siti entro i loro confini, e la riduzione della distribuzione dei contenuti via social si deve soprattutto alle singole piattaforme.

Le analisi di Mark Scott (Politico Digital Bridge) evidenziano che l’interazione social con i link provenienti da Sputnik e RT è diminuita, in media, del 10% ogni giorno. Anche se si registrano differenze linguistiche: un’altra analisi di Kate Starbird (Università di Washington) mostra come gli effetti siano ben più evidenti sull’infosfera anglosassone rispetto a quella spagnola, dove RT è in cima alla classifica dei siti più citati. Storia simile per l’infosfera araba, dove RT ha una presa molto solida.

C’entra parecchio il fatto che gli strumenti anti-disinformazione in lingua inglese siano di gran lunga i più raffinati, dal momento che la maggior parte delle Big Tech sono americane – e il loro focus primario, negli ultimi anni, è rimasto sull’anglosfera. Tuttavia, anche se le visualizzazioni complessive dei siti russi rimangono nell’ordine dei milioni, la propagazione dei contenuti è pesantemente limitata.

Insomma, l’impatto delle misure europee sulla diffusione di misinformazione filorussa è stato vasto, ma non definitivo. Gli utenti più passivi sono molto meno esposti alla distribuzione diretta della propaganda russa, ma quelli più attivi, come i curatori dei canali – locali e non – di “controinformazione”, possono recuperare agilmente gli ultimi contenuti dai megafoni del Cremlino e riproporli alla loro platea.

Munizioni per i complottisti

Non deve sorprendere, dunque, che continui a esistere la storica convergenza tra diffusori di dis- e misinformazione e i contenuti della propaganda russa, spesso volta a propagare la sfiducia nelle istituzioni e minare alla base il sistema liberaldemocratico occidentale. Questo spiega parzialmente perché i gruppi più marginali, anti-sistema ed estremisti, ma non solo, tendono a condividere il punto di vista di Mosca.

Vale anche in Italia. Girando sulle chat anti-vaccino e anti-green pass di Telegram non si può fare a meno di notare la presenza di narrative propagate dal Cremlino: i presunti crimini di Kiev nei confronti della popolazione filorussa nel Donbass, l’“operazione militare speciale” di “denazificazione” dell’Ucraina, la responsabilità della Nato nel “provocare” la risposta militare russa, il rigetto dell’idea che le testimonianze di sofferenza provenienti dai civili ucraini siano genuini, dato che si tratterebbero di materiale prodotto a uso e consumo dell’Occidente.

Tra gli ultimissimi articoli di Sputnik si trovano le spiegazioni del Cremlino sul bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol – secondo cui la struttura era stata militarizzata dai “radicali” ucraini. Un’altra chicca è la presunta presenza sul territorio ucraino di laboratori americani, ucraini o europei (a seconda della versione del sito), dediti alla ricerca biologica sui coronavirus dei pipistrelli e la diffusione di altri “agenti patogeni mortali”: vera manna per i complottisti.

Immagine: ina.fr

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