In Moldavia l’offensiva di Putin fa realmente paura. Il Cremlino dichiara che i russofoni in Transnistria sono “oppressi”, Cisinau – fortemente dipendente da Mosca – vuole muoversi rapidamente verso l’Ue

Da quando è partita la nuova offensiva russa nell’area orientale dell’Ucraina, si sono resi chiari tre obiettivi principali. Il primo è il pieno controllo del Donbas (la regione in cui si combatte dal 2014 la guerra dei separatisti russofono); il secondo è la connessione strategica terrestre tra Crimea e Donbas; il terzo è dare continuità territoriale tra quest’area meridionale dell’Ucraina e la Transnistria.

Lo ha fatto capire il comandante russo Rustam Minnekayev, capo del Distretto militare centrale, in un’intervista al Kommersat, farcendo il tutto di revisionismo e propaganda con affermazioni sulla Russia che “sta combattendo con il mondo intero come lo era nella Grande Guerra Patriottica [Seconda Guerra Mondiale]” e i transnistriani (russofoni) che stanno subendo un’oppressione nella regione contigua ucraina, il Budjak. L’ambasciatore russo a Cisinau è stato convocato dal governo moldavo dopo le dichiarazioni del comandante Minnekayev.

La Transnistria, o Repubblica Moldava di Pridniestrov, è un territorio indipendente “sotto tutela russa” ma parte della Moldavia. Nel 1990 dichiarò unilateralmente la propria indipendenza, non riconosciuta de iure da Mosca, che comunque la aiutò nella guerra del 1992 – il successivo cessate il fuoco ha cristallizzato la situazione. Nel 2014, dopo l’annessione crimeana e le iniziative delle autoproclamate repubbliche di Dontesk e Luhansk nel Donbas, la Transnistria chiese l’annessione alla Russia.

Ottenere quella continuità territoriale per Vladimir Putin sarebbe raccontabile come un successo, perché in sostanza chiuderebbe il Mar Nero all’Ucraina e la Russia ne sarebbe la seconda potenza per controllo (dopo la Turchia al sud). Da qualche tempo la narrazione che il Cremlino diffonde insiste sulla necessità di proteggere i russofoni “oppressi” dai moldavi – come ha detto Minnekayev.

È qualcosa di molto simile a quanto raccontato sull’Ucraina, e dunque preoccupante. Anche perché le notizie sono opposte: secondo dati usciti tre giorni fa, un numero crescente di transnistriani sta facendo domanda per la cittadinanza moldava; siamo arrivati a un totale di 338.000.

Questa contestualizzazione spiega l’urgenza con cui Cisinau sta affrontando l’invasione russa dell’Ucraina, consapevole – come per i Baltici, o per altri Paesi dell’Europa orientale – di rischiare concretamente di essere il prossimo a finire nell’obiettivo del tremolante Putin. Qualcosa trasmesso anche con le parole del ministro degli Esteri moldavo, Nicu Popescu, in un’intervista ad Axios.

L’impegno dell’Occidente (Europa e Stati Uniti) con gli ex stati sovietici e del blocco orientale non può continuare alla “velocità della lumaca” come negli ultimi tre decenni, dice il ministro. L’orientazione verso il fronte democratico è stata per anni lasciata in bilico sulla prospettiva di adesione all’Ue e sulla protezione (adesione) della Nato per la Moldavia e per altri (tra questi anche l’Ucraina e i diversi stati balcanici).

Ora Ucraina, Moldavia e Georgia si attendono che la loro richiesta di ottenere lo status di “candidati all’adesione sia rapidamente accolta, seguita da un rapido avvio dei negoziati, soddisfacendo tempestivamente le esigenze di
stabilità e sicurezza che spingono quei Paesi a volersi integrare nella Unione Europea”, ha scritto in un op-ed su Repubblica il presidente della Commissione Esteri della Camera, Piero Fassino, riprendendo anche una proposta del segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, su una “Confederazione europea”. Una sede che associ ai 27 membri dell’Unione anche i Paesi candidati coinvolgendoli da subito nella vita dell’Unione parallelamente al prosieguo del percorso di adesione — che ad esempio per l’Ucraina, stando alle regole attuali, dovrebbe concludersi nel 2036.

Al di là della minaccia geostrategica (con le truppe russe che di fatto sono già in Transnistria), la Moldavia già soffre quella legata all’immigrazione, avendo accolto una quantità di rifugiati ucraini pari al 3,5 per cento della propria popolazione, e questo influenza “ogni singolo piccolo pezzo del funzionamento dello stato e della società moldava”, dice Popescu. Non solo: Cisinau è dipendente totalmente dal gas russo. Fattori aggiuntivi che contribuiscono a rendere la Moldavia il “vicino più fragile dell’Ucraina”, sostiene il ministro.

Qualcosa adesso sta cambiando. Se l’impegno Moldavia-Ue sulla futura adesione era praticamente inesistente prima della guerra, ora il Paese ha ricevuto il form per entrare nell’Unione, passaggio definito un “game changer”. E i ministri degli Esteri di diverse nazioni Ue si sono recati in visita nella capitale moldava per mostrare solidarietà. Popescu inoltre la scorsa settimana era a Washington, dove ha incontrato il segretario di Stato, Antony Blinken.

L’americano ha assicurato sostegno alla Moldavia, sovranità e integrità territoriale: parole simili a quelle spese per lungo tempo nei confronti dell’Ucraina, che ora, davanti alla guerra di Putin, assumono maggiore densità. “Non sarà veloce, non sarà facile. Non vogliamo prendere delle scorciatoie, e faremo i nostri compiti”, ha detto Popescu, che sostiene: “Investire nella resilienza e nella democrazia della Moldavia, anche attraverso un percorso di adesione all’Ue, pagherà grandi dividendi quando si tratta di stabilità regionale”.

Nei mesi scorsi, gli Stati Uniti hanno condiviso informazioni di intelligence con i moldavi (che sono già parte dell’integrazione operativa con le forze Nato, sebbene non siano membri dell’alleanza). Da novembre 2021, seguendo anche tramite le info americane il rafforzamento del dispiegamento militare russo ai confini ucraini, Cisinau ha iniziato a preparare una serie di scenari di guerra, anche collegati all’accoglienza dei profughi.

La neutralità costituzionale della Moldavia e le vulnerabilità economiche, di sicurezza ed energetiche la tengono costretta a un delicato atto di bilanciamento in una società divisa dalle interferenze russe. Il governo di Chișinău – che è guidato dal 2020 dalla presidente pro-UE Maia Sandu, ma subisce una martellante influenza russa anche attraverso partiti e media schierati e finanziati dal Cremlino – ha condannato l’invasione della Russia e questa settimana ha vietato i simboli di guerra filorussi, ma non ha formalmente applicato sanzioni o fornito armi all’Ucraina.

(Foto: Twitter Nicu Popescu: @nicupopescu)

Condividi tramite