Il sondaggista di YouTrend: “I 5 Stelle, pur essendo calati e pur continuando a perdere consensi, rimangono un partner importante per il centrosinistra in ottica elettorale”. Sui vecchi entusiasmi pro-Putin: “La Lega è stata penalizzata come potenziale player internazionale”

Crisi di governo scongiurata, assicura il segretario del Pd Enrico Letta. Staremo a vedere. L’unico elemento di certezza è l’oggettiva difficoltà di coabitazione a Palazzo Chigi tra Movimento Cinque Stelle e dem. L’ipotesi del campo largo sembra sbiadire alla luce dei “punti irrinunciabili” sui quali i due partiti si stanno arroccando. Il conflitto in Ucraina, il caso Petrocelli e gli echi di antichi amori putiniani da parte dei pentastellati sono l’altro elemento che sta raffreddando sempre più i rapporti tra Conte e Letta. In realtà, quello che sta emergendo oggi “è il frutto di un amore mai sbocciato”. Giovanni Diamanti, docente, saggista e co-fondatore dell’agenzia di sondaggi Quorum-YouTrend, ribalta l’angolo di visuale.

Diamanti, sta dicendo che tra Pd e 5 Stelle ci sono stati solamente calcoli elettorali, convenienza e nient’altro?

Chi ha formulato l’ipotesi di allargare il campo largo del centrosinistra, lo ha fatto per fare i conti con la realtà e provare a essere competitivi in un momento in cui lo schieramento opposto aveva numeri più alti. Non è mai stato amore tra Pd e 5 Stelle. Ora ancor meno.

Dunque l’idea del campo largo di Letta è definitivamente tramontata?

No. I 5 Stelle, pur essendo calati e pur continuando a perdere consensi, rimangono un partner importante per il centrosinistra in ottica elettorale. È chiaro che, se da qui a un anno il Movimento non riuscirà ad arginare questa emorragia, perderà molta parte del suo potere negoziale e della sua appetibilità politica.

Virare su Renzi o Calenda?

Ancora Azione e Italia Viva non riescono a sopperire, numericamente, al peso dei pentastellati. Ed è per questo che ritengo il campo largo ancora l’unica via per il Pd.

Gli entusiasmi verso Conte, però, si sono di gran lunga placati. 

Sì, per una serie di ragioni. Probabilmente quando Bettini e Franceschini ne tessevano le lodi pensavano a un leader di un governo progressista (Conte II) con un profilo più che altro tecnico. L’aver poi deciso di mettersi alla testa dei 5 Stelle non ha contribuito al bene della sua immagine agli occhi del centrosinistra.

Per superare il nodo alleanze, il senatore del Pd Andrea Marcucci, nei giorni scorsi ha ipotizzato una riforma della legge elettorale in chiave proporzionale. Lei come la vede?

L’ipotesi del proporzionale è interessante, e in parte è nel Dna del nostro Paese. Va detto, tuttavia, che un Parlamento che non ha trovato l’accordo per il Capo dello Stato è difficile che lo trovi sulla legge elettorale. Peraltro, con la legge attuale sicuramente verrebbe penalizzato il centrosinistra. Ma è anche vero che porterebbe alla resa dei conti anche il centrodestra: in alcuni collegi la Lega sarebbe costretta ad accettare la leadership di Fratelli d’Italia e viceversa.

Sempre a proposito di alleanze, alla luce del conflitto, è verosimile che il discrimine per il futuro possa essere l’asse atlantico a detrimento dei partiti che, anche in tempi remoti, hanno sostenuto Putin?

La politica estera, nel nostro Paese, non è mai stato un fattore particolarmente incisivo nell’ambito delle alleanze e della creazione di coalizioni. Detto questo, sia per la Lega sia per il Movimento 5 Stelle, gli antichi (neanche troppo) entusiasmi per lo zar non hanno certo giovato.

In che termini?

Diciamo che la guerra non ha stravolto le intenzioni di voto, ma sicuramente ha fatto perdere molta credibilità ai partiti. La Lega in particolare è stata fortemente penalizzata come potenziale player internazionale. Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle, il caso Petrocelli, ad esempio, ha messo in serio imbarazzo Conte e una buona parte del partito.

 

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