Il 28 febbraio 1978 Moro pronunciò quello che fu l’ultimo discorso al suo partito. Doveva mettere tutti d’accordo e non era impresa facile. Lo aveva capito più volte nella sua lunga carriera. E stavolta la questione delicata era come proseguire nell’esperienza della “solidarietà nazionale” in una forma più impegnativa sul piano parlamentare…

Sono passati più di quarantaquattro da quando Aldo Moro parlò per l’ultima volta a tutti i parlamentari del suo partito. Nella serata del 28 febbraio 1978 il presidente del consiglio nazionale della Dc, prese la parola, scusandosi per la voce roca, residuo di un’influenza. L’assemblea era stata convocata per quel giorno ed il seguente da Flaminio Piccoli e Giuseppe Bartolomei, rispettivamente presidenti del gruppo parlamentare alla Camera e di quello al Senato.

In quell’assise si sarebbe dovuto discutere di come proseguire nell’esperienza della “solidarietà nazionale” in una forma più impegnativa sul piano parlamentare. Ma non c’era ancora un’intesa tra le “correnti” Dc. Infatti, circolava un documento, promosso da Carlo Donat Cattin, e firmato da personaggi di primo piano della “balena bianca”, in cui si escludeva esplicitamente la possibilità di formare un governo con i comunisti.

Moro era consapevole che in quella circostanza la Dc aveva la responsabilità di mantenere l’unità. La sua stessa figura fino a quel momento aveva cercato di mantenere integro questo presupposto che sarebbe stata la base di partenza per il governo Andreotti in via di formazione. Sapeva pure che il suo stesso ruolo di presidente del cn democristiano, oltre a quella ufficiale del segretario Zaccagnini, era di garante dell’unità della Dc, al di là di ogni norma statutaria.

Doveva mettere tutti d’accordo e non era impresa facile. Lo aveva capito più volte nella sua lunga carriera. I segnali che tanti dissentivano li aveva colti anche nell’ottobre del 1976. Il presidente del consiglio Moro nella “campagna” per le politiche s’era impegnato con tutte le sue forze ed il 20 giugno il risultato elettorale stabiliva che la Dc aveva raggiunto il 39% dei voti, il Pci il 34,4%, i socialisti il 9,6%. S’era formato un altro monocolore Dc, guidato da Andreotti, senza che a Moro venisse affidato alcun dicastero.

Ma ad ottobre del 1976 si aprì uno spiraglio: la presidenza del consiglio nazionale del partito. Benigno Zaccagnini insistette perché Moro accettasse. Ma quello che il segretario Dc, pur essendo più grande di età, definiva il “mio maestro” era riluttante: voleva dedicarsi alle sue cose private, alla sua famiglia. Alla fine disse di sì.

Ma qualcosa alla prima votazione non andò per il verso giusto. Il “parlamentino” dc elesse Moro a presidente solo perché erano molti gli assenti e le schede bianche superarono i suffragi favorevoli. Moro si dispiacque molto e manifestò l’orientamento ad non accettare l’incarico. Ottenne per questo una seconda votazione che gli tributò un consenso unanime. In quell’aula dei gruppi parlamentari forse ripensò anche a quella circostanza mentre si accingeva a ricomporre l’unità del partito sulla linea della solidarietà nazionale. Davanti ai parlamentari ribadì che con l’ingresso dei comunisti nella maggioranza non sarebbe stata in alcun modo menomata l’identità della
Dc: «Non esiterei certamente – chiarì – a passare alle elezioni, a passare all’opposizione se si rompesse nelle mani il meccanismo di ideali e di valori che abbiamo costruito insieme nel corso di questi anni». Però, subito dopo sottolineò che: «Un po’ di aiuto di altri ci può giovare nel cercare di riparare questa crisi della nostra società». Il presidente del cn era convinto che il Pci, pur senza assumere responsabilità esecutive, potesse svolgere una funzione di raccordo tra i fenomeni sociali e dialettica politica, recuperando frange tentate dall’estremismo o dalla violenza.

Il compito della Dc in quel momento era di favorire il coinvolgimento del Pci, pur continuando a svolgere una funzione di garanzia democratica sia sul piano interno che su quello internazionale. Moro nel suo intervento fece riferimento a quella campagna elettorale del 1976: «Abbiamo un’emergenza economica – affermò – un’emergenza politica, e io sento parlare di un’opposizione, del gioco della maggioranza e dell’opposizione. Sono in linea di principio d’accordo col nostro sistema che è il più perfetto… con questa idea di una maggioranza e di una opposizione egualmente sacre ed intercambiabili… Ma immaginate voi, cari amici, che cosa accadrebbe in Italia, in questo momento, in questo momento storico, se fosse praticata fino in fondo la logica dell’opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo paese dalla passionalità continua e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di un’opposizione condotta fino in fondo». È in questa constatazione che lo statista volse l’attenzione alla democrazia possibile come guida del Paese.

Questo significava che la stessa Dc doveva essere in grado di compiere il passo che chiedeva al Pci, cioè di poter diventare essa stessa opposizione, senza legare la sua sconfitta a quella della democrazia. In ogni caso Moro rifiutava di fare previsioni sulle evoluzioni della società italiana, se in direzione di un sistema bipartitico, fondato su due poli opposti, ma non autoescludentesi della Dc e del Pci; o in una direzione di un accordo tra i due maggiori partiti; o attraverso la realizzazione di altri schemi.

A questo proposito disse la sera del 28 febbraio 1978: «Non so se sia saggio dire: se non c’è certezza per il domani, non vale la pena di avere un’intesa per questo tempo. Anche ciò è problematico ma, onestamente, mi pare che un certo respiro, di fronte a scadenze di questo genere, non sarebbe male averlo. Un certo respiro che permetta a tutti i partiti, e in primo luogo alla Democrazia cristiana, di approfondire e far valere la propria identità. Se mi si chiedesse se la situazione di oggi si riprodurrà domani, in elezioni ravvicinate, la mia risposta, che può essere sbagliata, ma sincera, è sì! Se voi mi dite: fra qualche anno cosa potrà accadere, fra qualche tempo cosa potrà accadere? Non parlo di logoramento dei partiti, linguaggio che non penso sia opportuno, ma parlo dell’andamento delle cose, del movimento delle opinioni, della dislocazione delle forze politiche. Se mi dite: fra qualche tempo cosa accadrà? Io rispondo: può esservi qualcosa di nuovo; se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo si potrebbe accettare. Ma, cari amici, non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità».

La grande sincerità dell’intervento e la logica del discorso convinsero tutti i parlamentari presenti. Donat Cattin fece ritirare quel documento d’opposizione. La crisi politica finì il giorno del suo rapimento con la fiducia al governo Andreotti, votata anche dal Pci. Il dattiloscritto con le correzioni apportate da Aldo Moro dell’intervento del 28 febbraio di quell’anno venne pubblicato a dicembre del 1979 da Garzanti in “L’intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959-1978” a conclusione del primo anno di attività della fondazione Aldo Moro.

Nell’ultima settimana del mese d’aprile 1978, un moroteo convinto come Elio Rosati gridò tutta la sua indignazione nei corridoi del Transatlantico di Montecitorio: «Vi ricordate come l’ascoltavate quando ha parlato ai gruppi parlamentari, per la soluzione della crisi di governo? Era come se avesse acceso una luce, e ci ha convinti tutti. Ci siamo affidati totalmente a lui, e lui non ha tradito la nostra fiducia, indicando come sempre la strada da seguire. Per quale ragione, adesso non dobbiamo più dargli affidamento?».

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