Riscoprire queste due personalità può sicuramente aiutarci a capire meglio chi siamo, anche per il fatto di essere sufficientemente prossimi alla loro epoca da poter ricavare validi insegnamenti in grado di dischiudere nuove possibilità per il nostro futuro. L’articolo di Benedetto Ippolito

La giornata di studio, organizzata dalla Fondazione Craxi lunedì scorso al Senato della Repubblica, è stata un’occasione privilegiata per poter avviare un confronto con due tra le più rilevanti personalità politiche dell’Italia contemporanea: Giulio Andreotti e Bettino Craxi. I molti interventi hanno esaminato i rispettivi profili, in relazione ai vari aspetti delle loro biografie, facendo emergere i tratti salienti della collaborazione che negli anni ’80 del secolo scorso li ha visti rappresentare uno dei vertici della nostra politica nazionale ed internazionale.

In primo luogo, bisogna tener presente che nel complesso essi si mostrano oggi come due eccellenze nel rappresentare lo spirito laico e cattolico italiano, avendo incarnato nelle loro stesse biografie orientamenti ideali profondi e diversi, sotto molti aspetti perfino opposti, di un’unica cultura politica italiana: un’anima simultaneamente laica e religiosa. Perciò, nonostante le evidenti divergenze, tra loro si sono manifestati personalmente nessi importanti, ascendenze complementari, affinità e analogie  che hanno garantito per molti anni una felice collaborazione di Governo con la realizzazione di difficili obiettivi per il nostro Paese.

Il primo riferimento comune, dal punto di vista politico, è stato sicuramente un condiviso e granitico anticomunismo. Andreotti, nel suo volume dedicato a De Gasperi, ne ha testimoniato la genesi, pubblicando un’importante lettera che sul finire degli anni ’40 aveva scritto a Franco Rodano, amico e rappresentante eminente di un orientamento culturale cattolico che tendeva ormai inesorabilmente ad aderire organicamente al Partito comunista. Andreotti, pur concedendo a Rodano nella missiva che il cattolicesimo non può coincidere banalmente con una visione puramente conservatrice, affermava con decisione che la filosofia cristiana è radicalmente incompatibile ed alternativa al comunismo: in primo luogo, perché il cattolico deve tener presente non solo il Vangelo ma anche la Chiesa e, in secondo luogo, perché sebbene “la persona umana sia in crisi e la libertà sia nella odierna società quasi un mito: non si può credere essere il comunismo mezzo unico ed idoneo per una rinascita dell’uomo”.

D’altronde, nella sua lunga vita politica lo statista romano è restato sempre fedele a questo presupposto, anche e soprattutto quando, nel periodo della solidarietà nazionale, ha guidato l’esecutivo del cosiddetto compromesso storico con il PCI.

Da parte sua, Craxi, fin dalle prime partecipazioni giovanili di tipo universitario alle attività politiche socialiste, si è sempre distinto per un deciso anticomunismo. Sarebbe fin troppo facile chiamare in causa il celebre articolo su L’espresso titolato “Il vangelo socialista” dove tale diniego è argomentato esplicitamente: è sufficiente constatare qui come fin dalla svolta impressa al Midas nel 1976 il suo progetto di socialismo sia stato volto a coniugare una politica di sinistra con una netta opposizione al marxismo collettivistico ed accentratore del PCI.

Vi è poi un secondo tratto che accomuna queste due personalità: una politica aliena dalle formule astratte. L’opposizione di Andreotti alla segreteria Fanfani, negli anni ’50, e poi la creazione della corrente Primavera come resistenza di minoranza alla corrente maggioritaria Iniziativa democratica, guidata dallo statista aretino, si è sempre articolata su due premesse costanti: l’alternativa ad una concezione centralistica e monocratica di partito e stato, tipica del fanfanismo, e un’ostilità alle formule parlamentari irreversibili, cominciando da quella predominante del centro-sinistra moroteo.

Anche Craxi, da par suo, ha costruito l’affermazione del suo PSI come un’alternativa drastica allo schema del bipolarismo imperfetto che destinava DC e PCI ad essere partiti di massa sostanzialmente egemoni, inserendosi come fattore di riforma e progresso dirompente e antisistema.

Il riferimento, dunque, ad una condivisa pars denstruens, legata alle rispettive opposizioni interne dossettiane, e ad una comune pars construens, riconducibile al valore concreto delle individualità e alla valorizzazione liberale dei ceti medi nella società, è stato il collante con cui tra questi due grandi “nemici” ideologici progressivamente si è venuta instaurando una leale e consolidata stima reciproca. Si potrebbe dire che la visione politica di Luigi Sturzo, ben enunciata nel suo libro La società, secondo la quale il bene comune non è una volontà superiore alle persone, ma una piena attuazione del principio individuale nella vita sociale, sia divenuta un’implicita e forse inconsapevole identica convinzione in entrambi, permettendo così l’avvicinamento delle loro rispettive ed opposte personalità.

È molto interessante leggere, nei Diari segreti di Andreotti, come ambedue, muovendo dal momento di massima distanza costituito dall’epilogo della tragica vicenda di Aldo Moro del 1978 che li aveva visti su fronti opposti, siano andati via via avvicinandosi per consolidare infine quel sodalizio di Governo che ha visto Andreotti diventare ministro degli Esteri dei due esecutivi guidati con forza da Craxi dal 1983 al 1987.

Cinque risultati furono ottenuti in tale prestigiosa stagione della nostra politica internazionale.

In primo luogo, un atlantismo intelligente ma non servile agli Stati Uniti. Senza rievocare la nota vicenda di Sigonella è sufficiente guardare al modo in cui il rapporto con Washington è stato recuperato e mantenuto successivamente alla crisi, nella costanza di una ferma linea transatlantica leale e rispettata della nostra politica estera. In secondo luogo, l’azione di sostegno all’entrata nella CEE di Spagna e Portogallo, per nulla scontata per i precedenti trascorsi autoritari dei due Paesi, di cui l’Italia di Craxi e Andreotti è stato un importante promotore. In terzo luogo, la revisione dei Patti Lateranensi, voluta da Craxi in un Governo nel quale appunto ha pesato la credibilità vaticana di Andreotti. In quarto luogo, le forti relazioni con l’Unione Sovietica che hanno portato lo statista democristiano ad essere il primo ministro degli Esteri occidentale ad essere ricevuto dal Cernenko a Mosca dopo la morte di Andropov il 23 aprile 1984. In quinto luogo, la politica mediterranea, mediorientale ed africana, con in specie la gestione oculata del Corno d’Africa e della guerra in Libano, che ha spinto l’Italia a mantenere una posizione equilibrata nel perdurante e complesso conflitto arabo-israeliano.

Si può dire, in definitiva, che la crisi delle ideologie novecentesche furono capite ed interpretate da Craxi e Andreotti come un’opportunità positiva per la politica italiana, proprio perché dal lato laico come da quello cattolico la formazione ideale e la competenza personale hanno permesso ad entrambi di sfruttare le possibilità che la storia apriva a loro in un decennio così positivo e florido della nostra vita.

Andreotti, dal lato cattolico, ha tradotto gli ideali cristiani in una abile e sofisticata politica delle relazioni diplomatiche concrete, intelligenti e competenti, anche grazie al legame con la Chiesa; mentre Craxi, dal lato laico, ha saputo liberare energie sopite nella società, modernizzando le istituzioni del Paese, eseguendo riforme economiche di sinistra malgrado l’opposizione comunista.

Se guardati in questa ottica, i decenni successivi si presentano come un tangibile regresso a cui ha fatto seguito la fragilità attuale della nostra politica nazionale. E il riscoprire queste due personalità può sicuramente aiutarci a capire meglio chi siamo, anche per il fatto di essere sufficientemente prossimi alla loro epoca da poter ricavare validi insegnamenti in grado di dischiudere nuove possibilità per il nostro futuro.

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