Dal Pentagono per gestire a contatto con il presidente la comunicazione strategica nel dominio crescente dell’information warfare. L’ammiraglio Kirby verso la Casa Bianca

La Casa Bianca non ha commentato, ma nemmeno smentito, la notizia uscita sul Washington Post a proposito dello spostamento dal Pentagono di John Kirby, portavoce della Difesa statunitense che si dovrebbe muovere a breve verso il team di comunicazione del presidente Joe Biden.

Il trasferimento di Kirby potrebbe avvenire dopo che Karine Jean-Pierre assumerà il ruolo di Press Secretary della Casa Bianca al posto di Jen Psaki (che ha lasciato l’amministrazione la scorsa settimana). Kirby ha incontrato il presidente Biden nello Studio Ovale nei giorni scorsi.

Il titolo e il ruolo esatto che Kirby prenderà non sono ancora chiari. Molto probabilmente non parteciperà ai briefing quotidiani con i giornalisti, ma avrà un ruolo più attivo nel campo della comunicazione strategica della presidenza e dell’amministrazione. In particolare dovrebbe lavorare a stretto contatto con il Consiglio di sicurezza nazionale.

Secondo quanto pubblicano i siti americani avrebbe impressionato i funzionari della Casa Bianca col suo lavoro al Pentagono, in particolare negli ultimi mesi, con gli aggiornamenti quotidiani sulla guerra russa in Ucraina. Kirby si è occupato di diffondere in modo composto la linea statunitense in mezzo alla guerra — anche informativa — lanciata da Vladimir Putin.

È portavoce del dipartimento della Difesa dall’inizio dell’amministrazione, anche se il suo ruolo comprende l’incarico più ampio di assistente del segretario per gli affari pubblici. Ammiraglio della US Navy in congedo, ha un master in studi strategici del Naval War College di Newport. Tra il 2015 e il 2017 — sotto la presidenza Obama — era il capo delle comunicazioni del dipartimento di Stato, e ancora prima Chief of Information della US Navy.

Al di là del ricambio in corso che ha coinvolto anche Psaki, la sua scelta potrebbe essere letta nell’ottica del crescente ruolo che l’information warfare sta prendendo come strumento del confronto tra potenze. Affidare un incarico di questo genere a un ammiraglio esperto di comunicazione può essere utile per sfruttare la mentalità organizzata del mondo militare all’interno della struttura, ma anche usufruire di una maggiore sensibilità nei riguardi di tematiche assolutamente strategiche come quelle collegate alla guerra dell’informazione — dove attori come Cina, Russia, Iran stanno affilando gli artigli.

I conflitti stanno diventando via via più multidimensionali, e questo comporta un maggiore impegno su un maggior numero di fronti. Quello dell’informazione è un terreno cruciale, spesso in grado di condizionare le sorti di manovre e operazioni — militari o politiche — convenzionali. Ambiente in cui il ruolo di Internet 2.0 è stato determinante.

Semplificando all’osso con un esempio: se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non fosse quotidianamente apparso in tenuta militare nei video di aggiornamento in mezzo alla guerra, trasmettendo l’essenza della valorosa resistenza ucraina che stava guidando contro la Russia, l’Occidente (Usa, Ue, Nato) avrebbe reagito in modo così deciso e compatto nel fornirgli assistenza?

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