Dopo due anni di repressione sull’industria tecnologica, Pechino cambia idea e mette in cima ai pensieri la crescita, allentando la stretta sulle big tech del Dragone. Perché tra capitali in fuga e mattone in agonia c’è poco da fare i duri e puri. Intanto, a New York…

La paura fa brutti scherzi. A volte, costringe persino a rimangiarsi la parola, fino a capovolgere una politica industriale intrapresa oltre due anni fa. Succede in Cina, Paese dall’economia attanagliata da diversi problemi strutturali. Un settore immobiliare che non sembra in grado di riprendersi da due anni di insolvenze e default più o meno dichiarati, una fuga di capitali innescata dalla crescente sfiducia degli investitori verso il Dragone, la crescita rivelatasi più anemica del previsto e la sempre presente repressione normativa sull’industria della tecnologia. Il tutto farcito dai fallimentari lockdown della strategia zero-Covid, che al momento vedono oltre 400 milioni bloccati in casa.

Ce ne è abbastanza per tentare una retromarcia. Magari proprio su quel settore tech affossato negli ultimi mesi da una serie di azioni quasi armate da parte del governo di Xi Jinping. Ipo fatte saltare all’ultimo (Alibaba, o meglio il suo braccio finanziario Ant, ne sanno qualcosa), nazionalizzazioni coatte, ispezioni e obblighi di trasparenza di ogni sorta hanno contraddistinto la repressione tutta cinese dell’hi-tech, settore che ha stupito il mondo per la sua competitività, spesso grazie a prezzi fuori mercato.

Ma ora, fermi tutti, è tempo di tornare a collaborare nel nome della salvezza della seconda economia globale. E così, dalle autorità di vigilanza è arrivato l’avviso ai naviganti: allentare la morsa. L’imperativo è sostenere il Pil. A Pechino, ha rivelato Axios, si sono improvvisamente convinti che allentare le restrizioni su uno dei settori più vivaci della Cina potrebbe rimuovere una fonte di pressione al ribasso su un’economia sventrata dai lockdown e dal debito sovrano.

Le indiscrezioni hanno ovviamente innescato il rally dei titoli tecnologici quotati. L’indice Hang Seng Tech di Hong Kong è salito del 10%, mentre le azioni dei giganti tecnologici Alibaba e Tencent sono schizzate rispettivamente del 15% e dell’11%. E questo perché i regolatori cinesi potrebbero non imporre più multe inaspettate alle società digitali o richiedere una ristrutturazione aziendale radicale, d’ora in avanti.

E se in Cina si va verso una distensione nel settore tecnologico, negli Stati Uniti si accende il faro della Security and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza delle borse americane, sull’Ipo a New York di Didi Global, la Uber cinese per prenotare passaggi in auto private o noleggiare veicoli. È stata la stessa società, nel suo resoconto annuale, a dichiarare di essere stata contattata dalla Sec per “domande relative all’offerta”.

Il debutto in borsa dell’azienda, a luglio, aveva raccolto 4,4 miliardi di dollari, ma solo due giorni dopo Didi è stata messa sotto inchiesta da parte delle autorità cinesi per ragioni di cybersicurezza e le sue app sono state eliminate da tutti gli store elettronici locali. Da allora il titolo ha bruciato più dell’85% della sua capitalizzazione di mercato facendo perdere al maggiore azionista, il Vision Fund di Softbank, più di 10 miliardi di dollari. Ora la società ha fatto sapere di aver convocato un’assemblea straordinaria per il 23 maggio in cui si discuterà il delisting dal New York Stock Exchange, fortemente incoraggiato dal governo del Dragone. Si parlava di una nuova quotazione a Hong Kong, ma anche questi piani sembrano sfumati, sempre dietro pressione da parte dei regolatori cinesi.

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