Giuliano Cazzola analizza le parole di Ivan Timofeev, un importante analista politico russo, vicino al Cremlino, che ha fatto il punto sulla situazione ucraina. Le sue considerazioni sono l’espressione di un dibattito aperto e potrebbero essere un segnale di prossimi cambiamenti sia militari sia politici…

I putiniani della “Pace perduta’’ si stanno rivelando più zaristi dello zar. Nel loro livore contro l’Occidente imbastiscono, sulla guerra in Ucraina, narrazioni ideologiche e menzognere, al solo scopo di dare ragione a chi ha torto. Pur ribadendo nei loro confronti una totale disistima e un profondo dissenso, mi permetto di consigliare una lettura molto interessante che, a mio avviso, traccia un quadro onesto e veritiero di quel conflitto. Si tratta dell’articolo – pubblicato da Il Foglio alcuni giorni or sono e tratto dal sito del Consiglio russo per gli affari internazionali (Riac), a firma del direttore Ivan Timofeev, un importante analista politico russo, vicino al Cremlino.

L’autore, dunque, ha un ruolo istituzionale e nulla da spartire con l’opposizione a Putin. Pertanto le sue considerazioni sono l’espressione di un dibattito aperto – non già in circoli clandestini o ristretti di intellettuali – ma nella nomenclatura della Federazione russa. Il che potrebbe essere un segnale di prossimi cambiamenti sia militari che politici. Procediamo per punti, iniziando dal giudizio sulla cosiddetta operazione militare speciale del 24 febbraio scorso.

La guerra è stata un errore?

Timofeev riconosce la condizione di difficoltà in cui è venuta a trovarsi la Russia dopo il 1989, l’espansione della Nato, il fallimento degli accordi di Minsk e il peggioramento delle relazioni internazionali con l’Occidente. Pertanto – secondo l’autore -. “nessuna delle principali questioni che sono state oggetto delle ben note preoccupazioni messe per iscritto da Mosca è stata risolta’’. Ma era necessario ricorrere alle armi? Si chiede Timofeev. E si dà anche un insieme di risposte molto convincenti ed esaustive, che meritano di ricevere l’attenzione necessaria.

“Eppure – scrive l’autore – la Russia aveva ancora un ampio margine di manovra. La sua potenza militare era sufficiente a sopprimere qualsiasi minaccia da parte dell’Occidente per i decenni a venire, anche nel caso della militarizzazione più attiva dell’Ucraina da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati. La situazione nel Donbas è rimasta tesa ma stabile. Le vittime civili hanno raggiunto un picco nei primi anni del conflitto nel 2014-2015, ma poi – ne prendano nota coloro che sparlano di genocidio, (ndr) – non ce ne sono praticamente più state. Ci sono state 9 vittime civili e nel 2019 e 2020, rispetto alle 7 del 2021, e 160, 44 e 77 rispettive perdite militari. La grande offensiva dell’Ucraina nel Donbas era con molta probabilità destinata al fallimento. Ovviamente, l’Ucraina era rimasta uno Stato ostile, ma l’Occidente aveva ridotto significativamente la sua attenzione a Kyev rispetto al 2014. In senso stretto, l’Occidente era pronto a coesistere sia con la Crimea russa sia con la situazione congelata nel Donbas. Chi scrive considera questa analisi molto centrata, tanto più che trova conferma nella valutazione delle conseguenze, praticamente propagandistiche, delle sanzioni decise dopo il 2014.  Ovviamente – prosegue Timofeev con tono disincantato – la Nato ha riaffermato il contenimento della Russia come uno dei suoi obiettivi chiave dal 2014. Tuttavia, la maggior parte dei Paesi dell’Ue, soprattutto la Germania, erano stati riluttanti ad aumentare la spesa per la Difesa e l’hanno ostacolata in ogni modo. Le sanzioni contro la Russia si erano stabilizzate. Le effettive misure restrittive erano state chiaramente inferiori al rumore mediatico che le circondava, e anche la reazione del mercato era stata debole’’.

Le conseguenze

“L’operazione militare ha cambiato drasticamente la situazione, e ha riportato l’Ucraina tra le priorità dell’Occidente. Il contenimento della Russia ha acquisito una qualità diversa. I sogni più ambiziosi dei russofobi radicali sono diventati realtà. L’Unione europea, in precedenza considerata debole, e in particolare la Germania, sta aumentando significativamente le sue capacità di Difesa, liberandosi dell’eredità della Seconda guerra mondiale. Il numero di truppe nell’Europa dell’Est è in forte aumento. Kyev sta ricevendo aiuti militari, la cui quantità anche i famigerati nazionalisti potevano solo sognare. La prospettiva che Finlandia e Svezia si uniscano alla Nato sta diventando una possibilità concreta, il che significa che la Russia rischia di ottenere una linea di contatto molto più ampia con l’Alleanza atlantica sui suoi confini nord-occidentali. È molto probabile che gli Stati Uniti aumentino il loro arsenale nucleare in Europa”.

“È possibile che l’Ucraina perda il controllo su gran parte del suo territorio. Ma questo da solo non risolverà i fondamentali problemi di sicurezza in Europa che la Russia deve affrontare. Il nuovo paradigma di pressione militare e politica su Mosca si sta radicando per gli anni a venire. Gli storici discuteranno a lungo su chi è più da biasimare per la crisi attuale. Tuttavia, qualcos’altro è importante. La minaccia militare nei confronti della Russia, l’ostilità dell’Occidente e, soprattutto, la portata delle azioni specifiche per contenere Mosca si sono moltiplicate’’.

“La Russia è ora esclusa dal sistema finanziario globale incentrato sull’Occidente, dalla tecnologia e dai beni industriali. Le restrizioni ufficiali sono accompagnate da massicci boicottaggi aziendali. Un gran numero di aziende di paesi amici della Russia, tra cui la Cina, hanno assunto un atteggiamento di attesa. Nelle prime settimane della potente ondata di sanzioni l’economia russa è sfuggita al disastro. Il paese ha il potenziale per ricostruire la sua economia, ma i costi saranno sostanziali. Le sfide includono l’accesso al capitale e alla tecnologia per realizzare questi cambiamenti. La Russia rischia di perdere i suoi mercati chiave in Europa. È possibile reindirizzare le esportazioni russe verso la Cina, l’India e altri Paesi, ma i loro volumi e ricavi nel futuro prossimo diminuiranno’’.

Ivan Timofeev aggiunge poi una osservazione che dovrebbe incutere una seria preoccupazione all’interno del regime: “È semplicemente impossibile prevedere la traiettoria del futuro nelle condizioni attuali. Tuttavia, è utile ricordare che l’Unione sovietica è crollata in circostanze internazionali molto più favorevoli’’.

I Tre Grandi

“Nella nostra storia – sottolinea l’analista – non ci siamo mai trovati di fronte a un precedente del genere. L’accumulo degli choc e i loro effetti potranno incidere sulla società e sulla sovranità della Russia. Non si può più tornare indietro: nel frattempo sono emersi scenari futuri che prima erano considerati altamente improbabili. L’unicità della configurazione della minaccia coesiste in maniera paradossale con la natura fondamentale della stessa. Dal punto di vista storico fino a oggi, la maggior parte di queste minacce potrebbero essere divise in tre aspetti. Le chiameremo i Tre Grandi.

Il primo consiste nelle minacce esterne. La vulnerabilità ai vicini più forti è un aspetto peculiare della cultura politica della Russia. Qui si uniscono l’esperienza di numerosi conflitti storici e i rancori accumulati nel lungo e recente passato, insieme alle minacce esistenziali alla sicurezza. Il potenziale militare ed economico dell’Occidente collettivo – l’ammissione è significativa – è di gran lunga superiore a quello della Russia. Ecco perché chi scrive considera una banale leggenda metropolitana la minaccia di una escalation fino all’uso degli ordigni nucleari. Putin non è in grado di vincere una guerra tradizionale nel Donbas contro l’esercito ucraino, non può pensare di poter competere su questo terreno con la potenza di fuoco dell’Occidente.

Il secondo comprende l’organizzazione sottosviluppata dell’economia e della pubblica amministrazione. Abbiamo preso in prestito e sviluppato in modo creativo l’organizzazione dell’esercito e il controllo statale, ma non abbiamo mai corso rischi con l’autonomia della società, la sua libertà e soggettività. Abbiamo fatto progressi industriali e scientifici, ma abbiamo evitato di lasciare che l’economia, anche se parzialmente e durevolmente, uscisse dalla supervisione dello stato. Abbiamo preso in prestito le ideologie occidentali (socialismo, liberalismo, conservatorismo), ma abbiamo finito per trasformarle in imitazione.

Il terzo è un insieme di minacce legate ai disordini e alla crisi della sovranità russa. Implica il rischio di un rapido ed esplosivo squilibrio delle élite, del sistema di regole formali e informali del gioco, seguito da un’ondata di violenza e di battute d’arresto nel garantire l’ordine, il collasso delle strutture statali e perdite enormi. I casi di disordine russo difficilmente possono essere definiti unici. Nella nostra storia –  preannuncia Timofeev – è difficile trovare periodi simili di ‘tempesta perfetta’, quando le ‘tre minacce’ si sono abbattute sulla Russia contemporaneamente. Sembra che questi tre aspetti possano convergere nuovamente sulla scia del 24 febbraio 2022, il giorno dell’invasione dell’Ucraina.

Le nuove circostanze eccezionali creano anche i rischi di una crisi dello Stato. Questi rischi sono molto più seri del Maidan o delle rivoluzioni colorate. La scarsità di risorse potrà causare risentimento sia nella società che nelle élite. Il sentimento pubblico sarà influenzato dalla situazione militare e dal livello delle perdite. Il problema potrebbero essere non solo e non tanto i ‘liberali’, ma circoli più ampi che chiedono purghe, repressione e ‘ristrutturazione dell’ordine’. È molto più difficile controllare questo tipo di energia rispetto alla ‘protesta liberale’. La minaccia di disordini è un archetipo per la cultura politica russa. È accentuata dal carattere multietnico del Paese e dagli squilibri territoriali e culturali del nostro Stato”.

Dove ha sbagliato l’Occidente

Anche in questa ulteriore riflessione occorre riconoscere che l’analista russo ha ragione. La persecuzione dei russi, della cultura russa e di tutto ciò che è russo genera un logico rifiuto. Il congelamento e la confisca delle proprietà russe all’estero e la distruzione delle grandi imprese russe aiutano la leadership russa. Mentre i russi erano soliti acquistare proprietà all’estero, sperando in un “porto sicuro” e nello “stato di diritto”, temendo “l’imprigionamento” e “l’esproprio” in Russia, la situazione è cambiata drasticamente. Ora la Russia diventa quasi l’unico “porto sicuro”, ma come le autorità sfrutteranno effettivamente questa situazione rimane un grande punto interrogativo.

 

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