Pandemia e guerra sono due fenomeni analoghi solo in parte. Diversi sono gli effetti, gli attori coinvolti e i mutamenti economici ad essi collegati. L’avvocato Stanislao Chimenti, partner dello studio internazionale Delfino Willkie Farr&Gallagher, spiega come governare e dirigere fenomeni così complessi

Pandemia e guerra in Ucraina. Molti accostano questi avvenimenti e li accomunano, soprattutto quanto agli effetti sulle economie mondiali e del nostro Paese in particolare. Ma è veramente così? Formiche.net ne ha parlato con l’avvocato Stanislao Chimenti, partner dello studio internazionale Delfino Willkie Farr&Gallagher.

È un accostamento corretto?

Si tratta di un accostamento suggestivo, ma a mio avviso essenzialmente fuorviante.

Eppure guerre ed epidemie si sono spesso verificate simultaneamente, provocando in entrambi i casi gravi crisi economiche.

La pandemia Covid-19 ha rappresentato – e rappresenta – un unicum nella storia recente dell’umanità. Sin dall’inizio si è affacciata l’idea di assimilare la pandemia allo stato di guerra e gli effetti della prima a quelli di un’economia di guerra. Ma tale assimilazione è impropria. Difatti, per un verso le conseguenze della pandemia sono state forse anche più gravi di quelle della guerra. Una guerra colpisce essenzialmente strutture e fasce tendenzialmente circoscritte della popolazione di un dato territorio (per quanto vasto). La pandemia, invece, ha colpito in modo indiscriminato e simultaneo, in pressoché tutto il mondo, il fattore produttivo per eccellenza, ovvero il lavoro umano. Soprattutto nella fase iniziale, in assenza di cure e vaccini, l’unico rimedio è stato l’isolamento e, per lo più, la chiusura/interruzione di ogni attività produttiva in via cautelativa. Interi comparti economici – quasi tutti in verità – sono stati costretti a un arresto brusco e gravissimo. Nessuna guerra aveva mai causato un simile effetto.

Eppure anche gli effetti della guerra in Ucraina appaiono dirompenti.

Certamente, la tragedia che si sta consumando in Ucraina rischia di travolgere non solo l’Europa ma tutto il mondo a causa della situazione internazionale che si è creata con l’invasione da parte della Russia e la dinamica delle sanzioni e delle relative ritorsioni. Qui il tema è apparentemente più circoscritto perché sembra riguardare il solo settore energetico, ma sappiamo bene come il mondo intero – e quello occidentale in particolare – sia costantemente “affamato” di energia; e sappiamo bene come i costi energetici si traslino praticamente su qualsiasi bene o servizio, giacché la produzione di beni e la prestazione di servizi richiedono appunto quantitativi sempre più vasti di energia.

Quali sono dunque le differenze più rilevanti tra i due fenomeni?

La pandemia ha avuto un esordio brusco e improvviso: come detto interi comparti dell’economia (si pensi al turismo e a tutto l’indotto) sono stati travolti senza che molti operatori abbiano avuto il tempo né il modo di operare alcun correttivo. Ciò ha comportato inizialmente un’enorme distruzione di valore. Solo successivamente alcuni settori, molto limitati, sono riusciti a beneficiare della nuova situazione (si pensi al settore farmaceutico e al relativo indotto e all’impulso che ha avuto la tecnologia delle comunicazioni e delle attività da remoto).

E nel caso della guerra?

I fenomeni sono analoghi solo in parte. Anche la guerra provoca mutamenti economici spesso drammatici: l’industria pesante, ad esempio, riceve una forte spinta dalla situazione bellica e si assiste a grandi trasferimenti di ricchezza fra le varie attività economiche, il più delle volte finalizzati al sostegno dello sforzo militare. In passato, peraltro, queste dinamiche si sono verificate semmai con una maggiore lentezza, perché l’adeguamento dell’economia richiedeva sempre un certo tempo alle mutate condizioni generali.
Ecco allora che forse emerge il dato rilevante: al di là del fatto che ci si trovi di fronte a fenomeni di intensità eccezionali e/o inediti, il vero è che il grande livello di integrazione dell’economia mondiale funziona in molti casi come un potente moltiplicatore, un amplificatore degli eventi. Inoltre, il livello di globalizzazione è tale che risulta praticamente impossibile isolare comparti o Paesi (lo si vede molto bene proprio con l’operare delle sanzioni): l’integrazione, dunque, funziona non solo come amplificatore, ma anche come una “cinghia di trasmissione” in grado di generare fenomeni di concatenazione e di contagio.
Questo dato emerge con nettezza proprio in relazione alla crisi ucraina: un conflitto che, formalmente, è circoscritto a una realtà locale, diviene invece di interesse addirittura mondiale non solo sulla base di considerazioni strettamente geopolitiche, ma anche di natura apertamente economica, essendo legato allo shock della crisi del gas che la Russia esporta in tutto il mondo (e in Italia e Germania in particolare). A ciò deve aggiungersi il rischio di una gravissima crisi alimentare legata al costo del grano (di cui, come noto, l’Ucraina è uno dei massimi esportatori mondiali), crisi che rischia di colpire in modo più violento il continente africano, già esposto di per sé a drammatiche emergenze alimentari.

Le nostre economie sono dunque irrimediabilmente deboli?

A mio avviso, più che di debolezza in senso stretto, ha senso parlare di fase di grande fluidità/instabilità. Governare e dirigere fenomeni così complessi è pressoché impossibile già in tempo di pace e in assenza di crisi sanitarie. Forse è opportuno adottare un approccio diverso, certamente più flessibile, e mirato, per quanto possibile, a creare le condizioni perché simili crisi non si ripetano: nel caso delle crisi militari e geo-politiche tale percorso passa necessariamente per un rafforzamento delle funzioni e dei poteri di organismi internazionali, in primis l’Onu. Nel caso delle crisi sanitarie, ugualmente, occorre a mio avviso aumentare le risorse dell’Oms che dell’Onu è appunto l’emanazione in campo sanitario.

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