Quanto e come si può trattare con la Russia di Putin? In una mia cena con Eltsin trent’anni fa un assaggio della durezza che avrebbe cementato il Cremlino nei decenni a venire. Per fermare lo zar serve la politica, non il tatticismo diplomatico. Il commento di Vincenzo Scotti, già ministro dell’Interno e degli Esteri

Le ultime notizie che vengono dai teatri di guerra dell’Ucraina sollevano nuovi interrogativi sulla capacità del Comandante in capo della Russia di “gestire” non solo la guerra ma anche un’ipotetica pace.

Quando, nel novembre 1989, cade il muro di Berlino Putin era ancora un giovane ufficiale del KGB. Dieci anni dopo, nel dicembre 1999, Boris Yeltsin lo indica come suo successore.  Al ventesimo anno di presidenza, Putin, rispetto al disfacimento del 1991, era riuscito a costruire una nuova influenza politica della Russia in Europa e nel mondo.

A Putin era stata data una crescente apertura di credito. I media internazionali avevano registrato un positivo cambiamento al Cremlino, ma rimaneva in loro sempre un misto di ammirazione e di diffidenza. Nella politica di Putin molti Paesi occidentali intravedevano una minore fobia di accerchiamento rispetto al passato sovietico e consideravano quindi delle possibilità di apertura.

I Paesi europeibalcani?, invece, rimasti per quarantacinque anni sotto il dominio dell’Unione Sovietica, avevano più volte cercato di ribellarsi ai governi fantocci, ma erano stati ridotti al silenzio dai carri armati russi senza che l’occidente, per rispetto ai vincoli di Yalta, intervenisse in loro aiuto. Ma questi, caduto il muro di Berlino, avevano immediatamente chiesto di entrare nell’Unione Europea e nella Nato, diventando così il deterrente contro ogni cedimento verso Putin specie quando questi cercava di espandere il suo controllo dei territori dei Paesi confinanti con la Russia.

Putin si insedia al Cremlino circa dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino, un periodo difficile e confuso della storia Russa che registra naturalmente una assoluta carenza di classe dirigente in grado di gestire una transizione verso un sistema democratico mai conosciuto nella grande Russia. Carenza accompagnata da una debolezza della leadership degli Stati Uniti e della politica occidentale. Le cause di molti mali dell’oggi hanno origine in quelle debolezze prive di una visione strategica del governare la transizione dalla cortina di ferro ad una globalizzazione democratica.

Nel luglio 1992 si tenne, a Monaco di Baviera, il G/7, a distanza di quasi tre anni dal crollo del comunismo. In quell’occasione emerse con evidenza la crisi della capacità creativa e strategica della politica. Lo constatai direttamente nelle sessioni dei ministri degli esteri, chiamati a rispondere agli interrogativi sul futuro dell’assetto europeo.

Ci alzammo dal tavolo della sessione finale del G/7, dove erano partecipi i capi di Stato e i ministri degli esteri e della economia, senza una idea strategica sull’assetto della nuova Unione Europea creata a Maastricht, noi italiani preoccupati della nostra crisi monetaria e politica. Ricordo, in particolare, che alla cena a conclusione del G/7, il Presidente Yeltsin non si sedette vicino ai capi di stato ma al mio fianco.

Amara la sua riflessione su una così scarsa comprensione della realtà della Russia da parte dei capi di Stato occidentali, soprattutto Europei. Alla fine del nostro colloquio Yeltsin mi pregò di riferire al mio primo ministro che non era venuto a Monaco per passare un ennesimo esame, sulla democrazia e sul capitalismo, da parte di alcuni giovani allievi delle grandi università americane. In quel caso si sarebbe alzato e avrebbe lasciato l’incontro previsto il giorno dopo con i capi di Stato del G/7. Si aspettava di conoscere quale equilibrio di pace e di cooperazione i G/7 volessero proporre alla nuova Federazione Russa.

Nel 1980, il mondo occidentale era convinto del crollo dell’Unione Sovietica ma non pensava che accadesse in tempi rapidi come invece fu di lì a poco. Nel 1975 i Paesi della Nato e della Comunità europea avevano firmato, insieme ai Paesi del Patto di Varsavia, l’atto finale di Helsinki, al termine della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa.  Nel 1992, non ero presente al suo incontro con i capi di Stato del G/7 ma mi risulta che con ci furono risposte alle domande di Yeltsin.

Yeltsin, dopo sette anni, lasciò via libera a Putin con l’obiettivo di riorganizzare le istituzioni russe e mettere ordine nella vita della grande Russia. Come ho già detto, le cancellerie occidentali, pur con forti riserve verso un uomo del Kgb, mostrarono una certa apertura alla persona di Putin. In alcuni momenti si arrivò anche a considerare necessaria la partecipazione di Putin al G/7.

Si ricordi l’iniziativa spettacolare del governo Berlusconi, accettata volentieri dal presidente George Bush, di un caloroso abbraccio tra i leader delle due grandi potenze, all’aeroporto di Pratica di Mare. E durante il G/20, dopo la crisi del 2008, si riconobbe alla Russia il ruolo di grande potenza. Riconoscimento dato non per le dimensioni del suo Più, del suo saggio di crescita o del possesso di materie prime e fonti di energie, ma per il suo peso politico e di potenza nucleare oltre che d’influenza sui Paesi intorno ai suoi confini.

Con il passare degli anni, da una parte, si acuiscono le tensioni per le rivendicazioni territoriali della Russia sui Paesi diventati indipendenti e prima parti di essa e, dall’altro, cresce la violenza nei confronti delle opposizioni di questi Paesi, anche con violazioni dei diritti umani. Cresce in questi Paesi il numero delle richieste di adesione alla Unione Europea e alla Nato e di garanzie sulla loro sicurezza.

Nel corso degli anni è divenuto più complesso l’intreccio di interessi economici tra la Russia e i Paesi Occidentali. In particolare, sono aumentate le quantità di forniture di materie prime e di fonti di energie da parte della Russia. Queste complesse relazioni hanno reso scarsamente efficaci, come armi dissuasive, le sanzioni nei confronti della Russia, perché alte sono le ripercussioni sui Paesi occidentali.

È maturata così una convinzione, nelle opinioni pubbliche, che se, da una parte, Putin può continuare a ritenersi tanto potente da avere il diritto di costringere i Paesi confinanti a subire limitazioni alla propria autonomia (e, in effetti le reazioni da parte dei Paesi occidentali non sono abbastanza forti, da costringere la Russia a tornare indietro sulle sue decisioni), dall’altra i Paesi dell’Europa hanno preso atto, in qualche modo, che Putin non porterà mai il livello dello scontro oltre un limite che possa metta in discussione quell’insieme di equilibri economici e politici esistenti tra Russia e Occidente.

Ad una analisi più articolata risulta che se non fossero esistite le opposte consapevolezze a cui abbiamo fatto cenno, nessuna delle due parti, avrebbe tranquillamente portato l’ammontare degli scambi, ad esempio materie prime e fonti di energie, a quantità pericolose e affidato così la propria sicurezza energetica e delle proprie attività produttive nelle mani di Putin.  E di averlo continuato a fare specie quando si sono attuate le prime sanzioni che riguardavano anche l’olio e il gas.

Quando la notte di marzo Putin ha invaso cinicamente l’Ucraina, un atto criminale contro la popolazione inerme, si è preso atto che qualcosa era cambiato anche se, nei primi giorni, Putin aveva potuto ancora pensare ad una guerra breve per arrivare subito a un tavolo di trattative a suo favore. I servizi segreti di Putin non devono essere riusciti a convincerlo che in questa guerra sarebbe stato più facile risolvere il conflitto prima che scoppiasse piuttosto che dopo che si fosse entrati in guerra. A questo punto Putin è diventato estremamente pericoloso per gli altri e per se stesso. Non pochi nel mondo parlano con qualche fondamento di una malattia dello Zar.

Da alcuni anni, quando un grande sostegno gli è venuto da alcuni grandi Paesi europei per l’intreccio di interessi economici in essere, Putin ha perso ogni realismo politico e militare e ha acceso la miccia di un conflitto che preoccupa non solo l’occidente ma anche Paesi come la Cina, che non ha interesse a sconvolgere totalmente il sistema del commercio e della cooperazione internazionale. E non solo, questa guerra sta cambiando comportamenti e culture di difesa di Paesi storicamente neutrali e con buoni rapporti con Mosca: Finlandia e Svezia.

È stato scritto che questa è la guerra delle materie prime e lo scudo ucraino. Se questo è vero non ci sarà soluzione senza una intesa sulla sicurezza del mercato delle materie prime. C’è da sperare che qualcuno tra gli Stati, e più in generale, la politica e la diplomazia stiano lavorando intorno a questa sicurezza del commercio delle materie prime e delle fonti di energia. Dopo la seconda guerra mondiale, mentre il conflitto era ancora in corso, gli Stati Uniti si preoccuparono di proporre un sistema di stabilità e garanzie monetarie e finanziarie che consentirono una fase nuova di sviluppo del mondo.

Certamente, il cessare delle armi è questione urgente e prioritaria, ma senza senza un accordo sul sistema di garanzie per il commercio delle materie prime e dell’energia, non si spengono i principali focolai della guerra e si rende efficace un sistema di sanzioni preventive.

Questo tipo di accordo passa da una preliminare intesa tra i Paesi occidentali per una politica unitaria e per dare forza ad una proposta di negoziato globale. È il momento dell’azione politica diretta che sa vedere il baratro che si è aperto e non concede il tempo per tattiche diplomatiche o per dialoghi tra pacifisti e interventisti timorosi. Quasi dieci anni fa un politico ruvido ma di visioni strategiche realiste, Henry Kissinger, rivolgeva un monito ai deboli uomini di stato del tempo che oggi non va ripreso nei suoi contenuti, perché molte condizioni sono cambiate, come pensano di fare molti uomini del tempo presente, ma va considerata come la lezione essenziale di metodo.  Guardando alla repubblica che esiste e non quella che non esiste e mai esisterà.

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