Per Putin la sconfitta è inevitabile? Nel Giorno della Vittoria il presidente russo trova davanti a sé uno scenario non roseo. Storia breve di un’invasione partita male e continuata peggio. Ora la domanda è: conquistare il Donbas è una vittoria accettabile? Con quali rischi e quali conseguenze?

Forse stando ai piani iniziali, il Giorno della Vittoria, oggi 9 maggio, in cui la Russia commemora la resa dei nazifascisti nel 1945 (che per ragioni di fuso, ai tempi, altrove si ricorda l’8 maggio) doveva essere quello in cui Vladimir Putin avrebbe celebrato la conquista dell’Ucraina. Poi visto che quelli sono saltati, altre voci dicevano che sarebbe potuto diventare il giorno in cui il presidente russo avrebbe annunciato una mobilitazione generale e iniziato a chiamare “guerra” la cosiddetta “operazione militare speciale”, con cui il Cremlino battezza l’invasione ucraina.

Per ragioni concatenate, non è stato né l’uno né l’altro. Probabile che siano state previsioni non veritiere, ma è innegabile che tutto è stato complicato da una serie di errori di valutazione e organizzazione tattica che non permettono alla Russia di sfondare in Ucraina. E dunque la situazione non solo rende impossibile festeggiare qualcosa su quel quadrante, ma rende anche complicato invocare un aumento del coinvolgimento pubblico – col rischio di scatenare reazioni interne.

Nel giorno in cui si celebra una vittoria del passato – oggetto del revisionismo narrativo putiniano per renderla un sentimento attualizzato – per Putin si cristallizza una sconfitta. Quello che ha provato a fare la Russia il 24 febbraio è, dal punto di vista della strategia militare, quasi inconcepibile: scardinare il potere governativo a Kiev in circa 72 ore – come previsto dal Piano-A della Difesa russa – in un Paese di 45 milioni di persone che occupa la seconda area più grande d’Europa. È stata una scommessa sorprendente e sconsiderata ed è fallita completamente nella prima settimana, quella cruciale. Le truppe aviotrasportate, su cui le Forze armate russe hanno puntato molto negli ultimi anni, hanno fallito l’obiettivo iniziale: conquistare, in diverse aree, punti nevralgici.

Il fallimento è dovuto alla disorganizzazione dell’attacco – rimasto quasi subito senza linee logistiche di rifornimento – e alla preparazione ucraina. La resistenza ha funzionato anche perché a Kiev sono arrivate comunicazioni costanti sulle attività russe e le intelligence occidentali hanno fornito dettagli sugli spostamenti in maniera real-time. Zero effetto a sorpresa, mentre dall’altra parte c’è stata caparbietà, organizzazione militare, e assistenza immediata arrivata dai membri Nato – che stanno contribuendo a rinforzare la difesa ucraina in modo sempre più sofisticato. Saltato questo obiettivo rapido, la Russia ha provato un accerchiamento di Kiev – con quella che viene definita “manovra a tenaglia” da est e da ovest – sempre con il fine di spodestare ciò che definisce una “giunta nazista” come forma di giustificazione dell’aggressione. Inoltre ha mosso truppe su altre città – Chernihiv, Sumy, Kharkiv, Donetsk, Mariupol and Mykolaiv.

Questa dispersione del fronte non ha giovato alla già deleteria e via via sempre più martoriata catena logistica. I generali che comandavano le varie divisioni si sono trovati costretti a impartire ordini sul campo, senza però inter-comunicazioni e coordinamento. Risultato: questo tentativo di attacco si è ingolfato e anche il Piano-B è saltato. Si è passati così al Piano-C. Mosca ha ordinato un ripiegamento – con perdite, molte perdite, comprese quelle di diversi generali finiti al fronte a impartire ordini verticisti a linee da combattimento carenti di sotto-livelli di ufficiali. La Russia s’è concentrata nell’Est, obiettivo la presa del Donbas da nord a sud. Il Piano-C è stato affidato a un generale noto per i metodi sanguinari (recentemente lo si è visto in Siria), Alksander Dvornikov, che avrebbe dovuto avere il compito di ri-dispiegare i gruppi tattici da combattimento.

Ma è una missione complicata. Molti dei mezzi e degli uomini che compongono queste sotto-unità operative russe sono rientrate sfasciati alle basi organizzative (impostate anche in Bielorussia). Non è un ri-dispiegamento dell’attacco, serve una ri-organizzazione, servono uomini e mezzi per sostituire quelli persi in battaglia. Nel Donbas poi i russi hanno trovato un’opposizione che aspetta da otto anni questo momento: le unità migliori ucraine sono poste a barriera lì davanti ai territori che i separatisti russi – con l’aiuto di Mosca – occupano dal 2014.

Oltre alla preparazione poi c’è stata la continuazione dell’assistenza occidentale: nelle ultime settimane, a Kiev è arrivato rapidamente materiale sempre più sofisticato ed efficace. L’errore di calcolo russo è aumentato: Putin pensava di poter spaccare l’Occidente mentre la sua intelligence Fsb si sarebbe dovuta comprare collaborazionisti in Ucraina. Niente è andato per il verso pianificato anche in questo caso.

Nel Donbas è in corso una dimostrazione scolastica di “difesa dinamica”, come i teorici militari chiamano le attività finalizzate non a tenere una linea, ma piuttosto colpire gli attaccanti nei punti di massima vulnerabilità. Ora i russi vogliono Sloviansk e Kramatorsk, ma subiscono contrattacchi a Izium (dove hanno installato un comando operativo) e a Kharkiv. Ossia, vogliono prendere parti del centro-est ucraino, ma faticano a tenere le posizioni nel nord. Nel sud costiero inoltre vorrebbero allungare la lora presa territoriale da Mariupol (conquistata dopo averla tragicamente rasa al suolo) a oltre la Crimea (annessa nel 2014 con un referendum farsa). Vorrebbero Odessa, il porto verso la Romania, che però sta diventando scenografia di alcune delle più spettacolari immagini della controffensiva ucraina.

Lo scontro nel Donbas è in corso, e molto dipende dalle capacità dei due fronti di muovere i pezzi di artiglieria. Ciò che accade nella regione, tuttavia, offre a Putin solo una scelta tra diversi tipi di sconfitta, secondo Michael Clarke, professore di Studi sulla difesa al King’s College. “Se la battaglia raggiunge uno stallo autunnale – spiega Clarke – Putin avrà ben poco da mostrare per le tante perdite subite. Se l’inerzia militare si sposta e le sue forze vengono respinte, ancora peggio. E anche se i russi riescono a conquistare l’intero Donbas e tutto il sud, devono ancora tenere quei territori per un futuro indefinito di fronte a diversi milioni di ucraini che non li vogliono lì”. Quest’ultimo scenario apre a una fase insurrezionale dove le forze d’occupazione russe potrebbero essere messe sotto una costante guerriglia, potenzialmente devastante in termini di perdite e di effetto politico interno.

A valle di questa ricostruzione generale e generica dei due mesi di guerra, va considerato che se (o forse è questione di quando) lo sganciamento dalla dipendenza energetica russa dei Paesi europei sarà completato, la Russia avrà ben poco da offrire e i membri Ue potrebbero accettare senza troppi problemi le ridotte perdite economiche collegate alle contro-sanzioni russe al piano punitivo di Ue e Usa. Se così fosse, significa che col tempo la crisi economica russa si approfondirà, mentre la propaganda del Cremlino a lungo andare dovrà combattere contro il rischio di logaramento.

L’idea di una “Nuova Grande Guerra Patriottica” russa contro il resto di Europa è l’unico modo con cui Putin e il suo circolo di potere mantengono la presa su parti della collettività russa. Se Kiev tiene la linea di non accettare negoziati se la Russia non ritira le truppe dal proprio territorio, per il Cremlino è difficile trovare altre soluzioni se non continuare la guerra in un vicolo cieco dove la luce della vittoria è pressoché invisibile. Oppure cedere a una sconfitta.

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