La guerra del grano a Odessa ha un doppio problema: i silos bloccati non mettono il prodotto sul mercato e non permettono lo stoccaggio del nuovo raccolto che tra pochi mesi arriverà, spiega Eugenio Dacrema (WFP). Il rischio è uno spreco di materia prima alimentare e un ulteriore aumento dei prezzi

Il Mar Nero occidentale è stretto dal blocco marittimo russo impostato su tutto il bacino dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina; le strade che legano la costa orientale al resto d’Europa – come la M-15 che taglia il Budjak verso la Romania – sono martellate da bombardamenti concentrati sopratutto sul ponte di Zakota, colpito più volte e miracolosamente ancora non del tutto distrutto.

Quell’area dell’Ucraina sta ricevendo particolare attenzione perché Mosca sta compiendo attacchi sempre più frequenti contro obiettivi civili (anche ieri, lunedì 16 maggio, quattro persone uccise e missili contro infrastrutture turistiche nei pressi di Odessa). E anche perché Kiev vi sta spostando i riflettori su due piani: quello geostrategico, perché un’eventuale conquista russa significherebbe il controllo di un territorio contiguo alla Romania e alla Moldavia che permetterebbe l’unione della Transnistria con la Crimea; quello economico-umanitario collegato all’export del grano.

La chiamano “la guerra del grano”. “Un ricatto che Putin sta facendo al mondo tenendo bloccato il porto di Odessa”, spiega il vicesindaco della città a Marta Serafini, inviata del CorSera da settimane in Ucraina e in questi giorni sul posto. A Odessa si trova il più importante porto dell’Ucraina, cuore delle esportazioni nel Mar Nero. Nei giorni scorsi, il World Food Programme, WFP, ha diffuso una dichiarazione in cui chiedeva la riapertura dei porti, soprattutto quelli nell’area di Odessa (c’è anche Mykolaiv), in modo che il grano prodotto nel Paese possa fluire liberamente verso il resto del mondo, prima che l’attuale crisi alimentare globale vada fuori controllo.

L’analisi del WFP ha rilevato che 276 milioni di persone in tutto il mondo stavano già affrontando la fame acuta all’inizio del 2022. Si prevede che tale numero aumenterà di 47 milioni di persone se il conflitto in Ucraina continuasse, con gli aumenti più alti nell’Africa subsahariana.

In Ucraina è in corso un intervento umanitario non comune, perché solitamente le organizzazioni devono lavorare per portare cibo all’interno dei Paesi colpiti dalle guerre. Pur restando le tipiche problematiche logistiche per raggiungere le aree di combattimento, in Ucraina di cibo ce n’è abbondantemente – report prevedono che ci sarebbe in quantità per soddisfare il fabbisogno interno per alcuni anni. Il Paese è il quinto esportatore mondiale di grano, di cui trattiene per l’uso nazionale solo un’aliquota minore.

“Il problema – spiega a Formiche.net Eugenio Dacrema, analista economico del WFP – è che il raccolto di grano non è stato smaltito ed è bloccato nei silos, tra cui quelli al porto di Odessa. E nel frattempo è stato già fatta la nuova semina, pronta per il raccolto estivo: questo crea un doppio problema”.

La necessità di riaprire i magazzini dettata dal WFP si lega a questa doppia dimensione. Da una parte c’è la necessità di permettere il flusso di grano da parte di un esportatore così importante, che serve anche come stabilizzatore del mercato, con il prezzo del bene che è in crescita da settimane. Dall’altra serve perché gli impianti di stoccaggio pieni non hanno spazio per il nuovo raccolto. “Questo – aggiunge Dacrema – crea un rischio enorme: dover buttare il nuovo raccolto, con tutti i contraccolpi che il mondo degli agricoltori ucraini potrebbero subire”, sia sul fronte economico che socio-psicologico.

“Chiaramente, anche il mercato subirebbe un colpo da questo, perché non solo calerebbe la quantità di prodotto in circolazione perché manca il raccolto attuale, ma a quel punto andrebbe a mancare anche quello che normalmente si raccoglie tra luglio e agosto in Ucraina. E se perdi anche il prossimo raccolto è inevitabile che questo vada a ricadere sulle successive oscillazioni dei prezzi”, aggiunge l’analista del WFP.

Il mercato del grano è stato recentemente alterato anche dalla decisione dell’India, che è il secondo produttore mondiale di grano dopo la Russia, e ha in questi giorni vietato le esportazioni “con effetto immediato”, salvo eccezioni caso per caso concesse dal governo per i Paesi più a rischio. Importatori come l’Egitto si erano rivolti proprio all’India per colmare il vuoto lasciato dall’invasione russa dell’Ucraina: questa settimana delegazioni commerciali del governo di Nuova Delhi saranno in Marocco, Tunisia, Indonesia e Filippine per esplorare forme di collaborazioni.

Sulla guerra del grano attorno a Odessa pesa anche una denuncia inquietante partita da Kiev. “Oltre 1,5 milioni di tonnellate di grano sono state trafugate a Zaporizhzhya, Kherson, Donetsk e Luhansk”, secondo il viceministro ucraino dell’Agricoltura ucraina, Taras Vysotsky. La Russia lo starebbe sottraendo dalle aree occupate dell’Ucraina cercando di rivenderlo in una sorta di contrabbando, come nel caso della nave “Maros Pozynich”, cargo russo con a bordo – secondo Kiev – 27 mila tonnellate di cereali rubati forse diretti in Egitto.

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