La lungimiranza di Moro aveva come cardine la pazienza del dialogo. Era l’alfa e l’omega della sua politica, tanto in politica interna quanto in politica estera. Senza quella pazienza non ci sarebbe stata Helsinki e senza Helsinki non ci sarebbe stata, dal lato opposto della vecchia cortina di ferro, l’emancipazione dal totalitarismo di stampo sovietico. Il commento di Giuseppe Fioroni

Il 9 maggio del 1978 l’Italia si fermò ammutolita di fronte alle immagini del Presidente della Dc, Aldo Moro, che inerme si mostrava in una postura di morte, rannicchiato a forza nel bagagliaio della Renault 4 parcheggiata al mattino presto in via Caetani, a due passi dalle sedi della Dc e del Pci, in pieno centro di Roma. L’attacco delle Brigate Rosse allo Stato democratico, esploso il 16 marzo con l’agguato di via Fani, si consumava nella scena finale di un delitto che la pubblica opinione doveva ascrivere alla barbarie e alla efferatezza di una manovra eversiva, troppo potente e ramificata per essere solo “domestica”.

La Commissione parlamentare d’indagine, che ho avuto l’onore di presiedere nella passata legislatura, ha portato alla luce molti elementi di novità. Non possiamo affermare che alla fine di questo percorso la verità sul “caso Moro” sia stata acquisita definitivamente. Siamo tuttavia nella condizione di poter dire che vecchi e nuovi tasselli ricompongono il quadro di una verità quanto mai solida, del tutto confacente alla complessità e incisività delle indagini svolte, sebbene resti una verità bisognosa di ulteriori sviluppi e approfondimenti.

Quando oggi asseriamo che “a via Fani c’erano anche le Brigate Rosse” esprimiamo con semplicità ed efficacia quale grande salto di qualità, in termini di conoscenza e rappresentazione della dinamica terroristica. sia stato possibile ottenere.

Anche quest’anno c’inchiniamo al ricordo del sacrificio di Moro. La sua spietata eliminazione, concepita nei meandri di una cupa coscienza collettiva, malata di odio ideologico, ha innescato un duro contraccolpo nel sentire comune del Paese. È calato il gelo, immediatamente, sulle attese di evoluzione della politica di solidarietà nazionale. Appena un anno dopo, esaurito il rapporto di fiducia che sorreggeva in Parlamento il governo presieduto da Andreotti, gli italiani sarebbero stati richiamati alle urne anticipatamente, come già nel 1972 e nel 1976. Si scriveva la parola fine sul canovaccio moroteo della prefigurazione di una democrazia riconciliata, messa in sicurezza dal chiarimento sulla lealtà dei comunisti, anche nelle relazioni internazionali, dando così l’avvio a una dialettica di normalità nel gioco dell’alternanza di potere tra Dc e Pci come poli di schieramenti entrambi legittimati a guidare il Paese.

Tutto questo lo ricordiamo con animo sereno perché comunque la forza della democrazia ha prevalso, spezzando le presunte ragioni del terrorismo, senza incrinare o manomettere il regime delle libertà costituzionali. La legislazione speciale fu limitata infatti a misure di rafforzamento degli apparati di sicurezza, al riparo da qualsiasi forzatura autoritaria. Certamente ne dobbiamo dare merito alla classe dirigente dell’epoca, capace nonostante tutte le avversità di tenere fermo il timone della democrazia.

E veniamo all’attualità, ovvero al tempo che ci spetta di vivere, come avrebbe detto Moro, senza illusorie fughe dalla realtà. La guerra alle frontiere dell’Unione europea, vissuta giorno dopo giorno con l’auspicio di una possibile de-escalation militare a vantaggio dell’iniziativa diplomatica, evoca l’esperienza della Conferenza di Helsinki (1975) sulla sicurezza in Europa. Il documento finale, composto di oltre cento pagine, fu sottoscritto da 33 capi di Stato e di governo europei, ad eccezione dell’Albania, e in più da Stati Uniti e Unione Sovietica. Moro firmò in qualità di Presidente del Consiglio italiano e Presidente di turno della Comunità europea. Ebbe sicuramente un ruolo importante.

Quel documento aveva per titolo “Charta della distensione”: era un decalogo, privo di valore strettamente giuridico, che legava i rappresentanti delle diverse nazioni a una volontà e quindi a una regola di cooperazione, anche e soprattutto nella prospettiva di una stabile e duratura condizione di pace. Non mancarono le critiche, specialmente dettate dal timore che ad Helsinki si fosse addivenuti a un compromesso troppo favorevole a Mosca. Moro le respinse e aveva ragione: da quella Charta, impregnata di tutele morali nei riguardi dei diritti umani, iniziò infatti il lento ma inesorabile processo di erosione del sistema totalitario imposto dai tempi dello stalinismo ai Paesi dell’Europa orientale.

La lungimiranza di Moro aveva come cardine la pazienza del dialogo. Era l’alfa e l’omega della sua politica, tanto in politica interna quanto in politica estera. Senza quella pazienza non ci sarebbe stata Helsinki e senza Helsinki non ci sarebbe stata, dal lato opposto della vecchia cortina di ferro, l’emancipazione dal totalitarismo di stampo sovietico. E non ci sarebbe stata, a cavallo degli anni ‘90, la transizione pacifica al nuovo modello della cosiddetta globalizzazione, con i suoi pregi e i suoi difetti. Noi dobbiamo recuperarne i pregi, anzitutto quelli legati alla integrazione positiva delle diverse economie, per essere pronti fin da subito a cogliere i segnali di tregua, quali che siano, sul fronte della guerra scatenata dalla Russia. Per questo la bandiera dì Helsinki e la memoria di Moro ci devono confortare in questa fase di grave pericolo per il mondo.

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