Intervista al professore ordinario di Economia politica all’Università degli Studi di Milano. Il gas liquido degli Stati Uniti può accelerare il processo di emancipazione italiano ed europeo e aprire la strada a nuove forniture alternative a Mosca. L’inflazione? La Bce deve alzare i tassi ma non è onnipotente

Non sarà una passeggiata, ma alla fine ne sarà valsa la pena. L’Italia avrà il suo gas e lo avrà dagli Stati Uniti, oltre che dai Paesi africani, candidati a diventare i fornitori alternativi alla Russia, una volta che il tubo sarà definitivamente staccato da Mosca. Il viaggio di Mario Draghi negli Stati Uniti, destinazione Casa Bianca, aveva d’altronde, tra le altre cose, questo canovaccio: assicurare allo Stivale forniture di gas liquido da rigassificare, per rendere meno traumatico l’addio alla Russia.

Un primo passo è stato compiuto, in realtà, già poche settimane fa, con l’intesa tra Bruxelles e Washington per garantire all’Europa 50 miliardi di metri cubi di gas liquefatto entro il 2030 (gli stessi produttori americani di Gnl si aspettano introiti per 74 miliardi di dollari da qui al 2040). Ora però è tempo di accelerare, anche perché Gazprom ha cominciato a ridurre gli afflussi all’Ue. Formiche.net ne ha parlato con Giorgio Barba Navaretti, professore ordinario di Economia politica all’Università degli Studi di Milano.

“Il processo di emancipazione, se così possiamo chiamarlo, sarà lungo ma certamente realizzabile. Il rapporto con gli Stati Uniti in questo senso è fondamentale, il loro apporto potrà fare la differenza non solo nell’ambito dell’asse Italia-Usa, ma anche con gli altri Paesi, soprattutto africani, con cui Roma dovrà aver a che fare. L’intesa con gli Stati Uniti faciliterà i rapporti dell’Italia e darà una spinta anche all’intero progetto di indipendenza europeo”, spiega Barba Navaretti. “Dobbiamo vedere questo momento come parte di una grande strategia di investimento, a livello europeo”.

Naturalmente, uno o più semplici accordi non possono bastare a rendere l’Italia indipendente. Il Paese non ha, infatti, quei rigassificatori senza i quali tutto il Gnl del mondo serve a poco. “Dobbiamo investire su due fronti, da una parte i nostri giacimenti, dall’altro i rigassificatori. Ben consci che la guerra, in ottica transizione, potrebbe portarci a fare paradossalmente un passo indietro: della serie potremmo essere costretti a tornare al carbone se il prossimo inverno non dovessimo avere gas in sufficienza”.

Barba Navaretti affronta anche il tema della sovranità tecnologica. L’Europa è da mesi a corto di microchip, con tutte le conseguenze del caso sull’industria, automotive in testa. E anche qui il rapporto con gli Usa può rivelarsi strategico. “Se vivessimo in un mondo senza conflitti non avremmo bisogno della sovranità tecnologica. Ma siccome così non è allora ecco che l’indipendenza tecnologica diventa necessaria. E avvicinarsi in questo senso agli Usa può essere utile un po’ come nel discorso del gas, si cambia fornitore per provare a diventare meno dipendenti”.

Crisi energetica che vuol dire anche inflazione. Su questo Navaretti riconosce che “un rialzo dei tassi è necessario, perché così non si può andare avanti. Ma la politica monetaria da sola non basta, il vero motore dell’inflazione è nell’offerta e nelle sue strozzature. Su questo fronte incidono le tensioni geopolitiche globali e qui torniamo al punto di partenza: la guerra, la Russia e la risposta europea, anche via Stati Uniti”.

Condividi tramite