Migliaia di foto dei campi di internamento degli uiguri in Xinjiang, verificate da un team di giornalisti internazionali, lanciano uno schiacciante j’accuse a Xi Jinping, responsabile di una tragedia umanitaria. Il Parlamento italiano aveva battuto un colpo, poi il silenzio. Intanto due memorandum con la polizia cinese rimangono in piedi. Il commento di Laura Harth

Il rilascio di fotografie e documenti hackerati dalla polizia cinese consegnati al ricercatore Adrian Zenz e rilasciato – dopo ampie verifiche – da un consorzio di quattordici media internazionali dà l’ennesima conferma delle atrocità inflitte dal governo cinese sulla popolazione uigura e altre minoranze etniche e religiose nello Xinjiang. I documenti e le migliaia di fotografie di persone detenute forniscono ulteriore e inconfutabile prova delle politiche genocidarie messo in atto sotto il motto “spezza le loro radici, spezza il loro lignaggio”.

Proprio nello stesso periodo un anno fa la Commissione Affari esteri della Camera stava dibattendo una risoluzione proposta dal suo vicepresidente Paolo Formentini. A differenza di altri Parlamenti occidentali, la Commissione si astenne dal definire la situazione nello Xinjiang come “genocidio”, riconoscendo però al contempo la presenza di tutti i crimini delineati nella Convenzione Onu del 1948. Da allora, ulteriori rapporti e documentazioni, nonché l’Uyghur Tribunal presieduto da Sir Geoffrey Nice – già procuratore generale nel processo contro Slobodan Milošević a L’Aia – hanno ampiamente dimostrato la veridicità delle accuse mosse sin dall’inizio del 2017 dalla popolazione uigura in esilio. Un popolo di esuli stremati non solo dalle atrocità commesse contro e l’incertezza circa la sorte dei loro familiari, ma anche dall’indifferenza generale e il tacito consenso implicito alle politiche di Pechino di buona parte del mondo occidentale.

Un tacito consenso mosso da presunti interessi commerciali e/o diplomatici che ricordano l’appeasement più buio della nostra storia. Una complicità anche italiana, basata non solo sul continuo silenzio assordante emanato dal Governo, sulla becera propaganda scritta da Pechino per illustri leader o scranni politici, o la disattenzione mediatica generalizzata – prima o poi si dovrà pure porsi la domanda come mai raramente sono coinvolti media italiani nei consorzi come quello che ha svelato ora le Xinjiang Police Files, mentre la propaganda dittatoriale russa e cinese non trova nessun ostacolo – ma addirittura sulla presenza di accordi bilaterali che oltre a portare legittimità agli organi del Partito comunista cinese deputati alla repressione su scala industriale mettono pure a rischio la sovranità territoriale e la sicurezza del nostro Paese.

Mi riferisco in particolare ad uno degli accordi siglati a Pechino il 27 aprile 2015, nell’ambito della sesta sessione congiunta del Comitato Governativo Cina-Italia, tra l’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il suo omologo cinese Wang Yi: un Memorandum d’Intesa in tema di sicurezza per l’esecuzione di pattugliamenti congiunti di polizia nell’ambito della lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata internazionale, al traffico di migranti e alla tratta di esseri umani.

Ne consegue la firma il 24 settembre 2015 a L’Aia – dolce ironia – a margine della quinta Conferenza dei capi delle polizie dei Paesi della Ue, il Memorandum d’Intesa tra Italia e Cina per l’esecuzione di pattugliamenti congiunti in aree di interesse turistico siglata dal Direttore generale del Dipartimento per la cooperazione internazionale del Ministero della Pubblica sicurezza cinese, Liao Jinrong e dal Vice Direttore generale della pubblica sicurezza – direttore centrale della polizia criminale, Prefetto Antonino Cufalo, alla presenza del Capo della polizia, prefetto Alessandro Pansa.

Ma non bastano le pattuglie congiunte che si svolgono annualmente dal 2016 al 2019, con una interruzione che ad ora possiamo solo ascrivere allo scoppio della pandemia. Dichiarandosi molto soddisfatti dalla collaborazione precedente, il 24 luglio 2017, i viceministri Filippo Bubbico e Xia Chongyuan firmano un protocollo di cooperazione tra il ministero dell’Interno italiano e il ministero per la Pubblica sicurezza cinese, mirando all’intensificare le relazioni tra gli organismi preposti alla sicurezza pubblica.

Nell’occasione, secondo il comunicato rilasciato dal Viminale, Il viceministro cinese Chongyuan sottolineò il valore fondamentale che il protocollo sottoscritto potesse assumere nell’ambito del partenariato strategico sinoitaliano, segnalando la necessità di un rafforzamento della collaborazione bilaterale in tutti gli aspetti della sicurezza: investigativo, formativo, di tutela della presenza regolare cinese e della lotta al terrorismo.

Puro caso che solo due giorni dopo, il 26 luglio 2017, la Digos ferma il Presidente del Congresso mondiale uiguro Dolkun Isa prima del suo ingresso al Senato per una conferenza stampa di denuncia delle politiche di repressione in atto nello Xinjiang di cui lo stesso Ministero per la pubblica sicurezza è l’esecutore. L’accusa contro il cittadino tedesco – Una Red Notice – cancellata poi nel 2018 su spinta del governo tedesco – dell’Interpol su richiesta del Governo cinese per… “terrorismo”. Quello stesso terrorismo di cui sono accusati ben oltre 1 milione di persone nello Xinjiang per la semplice ragione di appartenere ad una etnia diversa come evidenziato da un discorso interno del 15 giugno 2018 del Ministro della Pubblica Sicurezza Zhao Kezhi rilasciato con i Xinjiang Police Files.

Ma lasciamo da parte questo sgradevole accadimento di cui abbiamo scritto più volte e concediamo anche il beneficio del dubbio che tra il 2015 e il 2017 i responsabili degli Interni e della polizia non furono portati a piena conoscenza da chi di dovere di quanto stesse accadendo nello Xinjiang o delle altre pratiche di repressione quotidiane a cui è prestato il Ministero per la cosiddetta “Pubblica” sicurezza cinese.

Oggi tali eventuali scusanti circa il mancato esercizio di due diligence non ci sono più. Numerosi rapporti della società civile, esplicite denunce da organi governativi occidentali e documenti di organismi internazionali come il Comitato contro la Tortura Onu documentano ampiamente le operazioni in cui è coinvolto il sovra-citato Ministero cinese (Mps).

Dal suo ruolo centrale nella sorveglianza e la direzione dei campi di detenzione nello Xinjiang, le sparizioni forzate e la tortura di oltre 60.000 individui “scomodi” al regime – come avvocati, giornalisti, attivisti e stranieri – nel sistema di Residential Surveillance at a Designated Location, al ruolo nella violenta sottomissione di Hong Kong come rivendicato dal Ministro Zhao Kezhi Zhao durante una riunione del Partito del Ministero della Pubblica sicurezza – sottolineando ancora una volta quanto il Partito unico e gli organismi “statali” sono inscindibili, con i secondi che rispondono sempre e solo al primo –, il Mps gioca un ruolo chiave nell’attuare le politiche repressive del Partito comunista cinese. Tutt’altro che una “controparte omologa” al ruolo che una forza di polizia svolge in un Paese democratico.

E già dovrebbe bastare per rivisitare quegli accordi infamanti. Ma non finisce qui. Nella sua spinta repressiva sempre più transnazionale per preservare il potere del Partito, l’Mps è anche il braccio destro della Commissione di Supervisione nazionale per le operazioni su suolo straniero della cosiddetta campagna contro la corruzione di Xi Jinping, svolta innanzitutto a mantenere stretto il controllo totale ed eliminare chiunque possa minacciare la sua permanenza a capo del Paese. L’Mps conduce le operazioni FoxHunt, parte integrante di SkyNet sotto la quale tra il 2014 ed oggi sono stati rimpatriati contro la loro volontà oltre 10.000 persone per essere perseguitati.

Operazioni condotte secondo dettami legali cinesi che prevedono metodi che vanno dalle richieste di estradizione – all’occorrenza ovviamente con accuse fabbricate – alle minacce ai familiari in Cina, all’invio di agenti sotto copertura per rintracciare e minacciare i dissidenti all’estero – “beato aiuto” i pattugliamenti congiunti su suolo italiano -, a veri e propri rapimenti.  Tutto questo in non meno di 120 Paesi al mondo, incluso Italia.

Dulcis in fundo: come evidenzia Alex Joske, l’Mps è anche incaricato di controspionaggio per assicurare la sicurezza politica del Partito. Secondo Joske – il quale elenca prove circa operazioni segrete condotte a Hong Kong, Macao, Taiwan e nei Paesi limitrofi alla Cina, nonché sforzi di interferenza politica contro la Malesia e gli Stati Uniti -, questo è particolarmente vero sotto Xi Jinping e merita maggiore attenzione a causa delle sue implicazioni per la cooperazione tra le forze dell’ordine, i diritti umani e il controspionaggio.

È del tutto evidente che l’Mps svolge un ruolo di primo grado non solo nella atroce repressione interna – fatto che per la sua Costituzione e gli accordi internazionali sottoscritti l’Italia non può ignorare come “affari interni alla Cina” – ma anche nella crescente repressione transnazionale ed i tentativi di interferenza politica, ponendo un serio rischio alla sovranità territoriale e politica del mondo occidentale, nonché alla sicurezza ed i diritti fondamentali dei suoi residenti (e visitatori). Sono le ragioni per cui in altri Paesi risuonano gli appelli a sanzionare l’Mps, a partire dal suo capo Zhao Kezhi.

Quando un anno fa la Commissione esteri dibatteva la mozione sul genocidio degli Uiguri, la volontà di agire in modo condiviso con i partner europei fu centrale nell’opposizione del Governo alla mozione. Una volontà comprensibile e condivisibile, non fosse che purtroppo fino a poco tempo fa l’Italia era fin troppo disposta a scendere a patti da sola con la Repubblica popolare cinese. Ora si dovrebbe anche trovare il coraggio urgente di rivisitare – e stracciare – da sola i lasciti vari di quelle avventure solitarie. A tutela della Repubblica italiana e della sua credibilità ai tavoli internazionali.

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