A ridosso del viaggio americano di Draghi, il cui mandato nasce da un “motu proprio” di Mattarella, Carlo Fusi legge l’ultimo libro del costituzionalista Paolo Armaroli, che tra i tanti altri ha il merito di raccontare con linguaggio schietto ancorché giuridicamente inappuntabile, vizi e virtù dei settennati passati, avvicinando Paese reale a Paese legale. Da Einaudi a Cossiga, da Leone a Napolitano, pieno di aneddoti illuminanti

È senz’altro una forzatura rilevare che il primo contatto diretto Usa-Russia, con la telefonata del ministro della Difesa statunitense Llyod Austin al suo omologo russo Sergey Shoigu, sia avvenuto 24 ore dopo che Mario Draghi aveva lasciato Washington ed espresso esattamente quell’augurio, ossia un contatto diretto, nell’incontro alla Casa Bianca con Joe Biden. Però è un fatto, e la successione cronologica un dato empirico non contestabile.

Trasvolando sull’altra sponda dell’Atlantico e atterrando a Roma, è tutt’altro che una forzatura affermare che se SuperMario fa quello che fa è perché all’origine c’è stata la scelta decisiva di un incarico senza consultazioni preventive da parte di Sergio Mattarella, indiscusso protagonista della legislatura: prima a ridosso dei due governi Conte con maggioranze opposte; poi appunto nel motu proprio a favore dell’ex presidente della Bce.

Del resto anche in quest’ultimo scampolo prima dello scioglimento delle Camere, il Quirinale-bis si pone come fulcro dell’iniziativa politica, con le prese di posizione assai nette a favore degli aiuti anche militari a Zelensky e con il rinnovato sostegno a palazzo Chigi per l’implementazione del Pnrr. Dunque il presidente della Repubblica risulta sempre meno algido notaio e sempre più punto di riferimento non solo del Palazzo ma del Paese.

Qualcuno a questo proposito ha rispolverato l’idea dell’elezione diretta del capo dello Stato e Giorgia Meloni ne ha fatto un elemento di forte impatto nel suo schieramento, anche se la proposta è naufragata in Parlamento non solo per difficoltà tra alleati e contrarietà del binomio Pd-Cinquestelle ma anche (e soprattutto?) a causa del mancato chiarimento per il ruolo istituzionale della personalità così eletta, se cioè ancora un garante oppure se espressione politica di una parte. A segnalare l’incongruenza non poteva che essere il costituzionalista e docente universitario Paolo Armaroli. Che non a caso ha scritto recentissimamente un libro sugli inquilini del Colle dal dopoguerra in poi intitolato “Mattarella 1 & 2, l’ombrello di Draghi. Ritratti a matita dei 12 presidenti” edito da La Vela.

Un libro che tra i tanti altri ha il merito di raccontare con linguaggio schietto ancorché giuridicamente inappuntabile, vizi e virtù dei settennati passati, in questo modo avvicinando Paese reale a Paese legale favorendo la comprensibilità di scelte ed atteggiamenti che possono sfuggire ad una lettura superficiale degli atti quirinalizi troppo spesso e colpevolmente ammantati dal racconto retorico dei media.

Armaroli rileva aneddoti illuminanti, come quando nel 2015 Rosa Russo Jervolino, ex ministro degli Interni e sindaco di Napoli, lo chiama per rivelargli come mai a suo giudizio Matteo Renzi, “il Machiavelli de noantri poi rivelatosi alla prova dei fatti un uomo boomerang” nella sagace sintesi dell’Autore, abbia voluto Mattarella sul Colle: “Perché non lo conosce”. E infatti. O come quando Giuseppe Conte, indicato premier dall’inedita alleanza M5S-Lega di inizio legislatura si muove con scarsa perizia sui sentieri istituzionali e Mattarella puntualizza: “Il presidente della Repubblica svolge un ruolo dei garanzia che non ha mai subito ne può subire, imposizioni”.

Conte alla fine a palazzo Chigi ci è andato e c’è restato anche con un cambio trasformistico di maggioranza. E ciò, a giudizio di Armaroli, perché “la verità è che a Conte più che il potere, anche perché non sa che farsene, piacciono i suoi pennacchi”. Definizione fulminante che rende sapida la lettura su ciò che è accaduto e su ciò che per l’Italia ha significato l’espressione di uno dei poteri fondamentali dei Presidenti: l’indicazione di chi deve guidare l’esecutivo.

La rassegna di Armaroli conferma la valutazione fatta da Giuliano Amato di un ruolo presidenziale che si muove a fisarmonica, a volte restringendo il suo raggio d’azione altre volte ampliandolo con esternazioni e messaggi alle Camere. E non trascura il profilo umano dei Presidenti, spesso arrivati in cima allo Stato per giochi trasversali dei partiti o antipatie di questo o quel leader.  Così se Luigi Einaudi è stato “di gran lunga il miglior presidente” del dopoguerra, Giovanni Leone fu un galantuomo, anzi “un giurista immolato sull’altare della ragion politica”, travolto dalla grancassa mediatica alla ricerca di un colpevole per lo scandalo Lockheed e dalla pavidità dell’allora segretario della Dc, “l’onesto” Benigno Zaccagnini che cedette alle richieste di dimissioni avanzate da Enrico Berlinguer “per dimostrare al popolo del Pci che il partito conta pur non essendo nella stanza dei bottoni”.

Particolarmente significativo il ritratto del settennato di Francesco Cossiga, arrivato alla presidenza come seconda scelta della Dc (Ciriaco De Mita puntava su Leopoldo Elia) e significativamente del Pci: “No, Elia no è troppo intelligente. Meglio Cossiga che è meno impegnativo”, fu infatti il responso di Alessandro Natta, all’epoca numero uno di Botteghe Oscure. Quanto i fatti, dopo cinque anni di silenzio, si incaricassero di smentirlo negli ultimi due di incarico, ci vuole poco a ricordarlo.

Il successore di Natta, Achille Occhetto, fu bollato da Cossiga “uno zombie coi baffi” all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Un linguaggio poco consono al ruolo e all’immagine di un capo dello Stato e questo è stato senz’altro un limite (anche qui soccorrono le valutazioni di Giuliano Amato) di Cossiga, che dilatò “a dismisura il potere di esternazione”. Tuttavia la realtà è che né l’allora potentissimo Giulio Andreotti né gli altri leader democristiani – ma il rilievo vale per quasi tuti i protagonisti politici di quella fase – “seppero guardare al di là del loro naso. Non ebbero cioè quella visione strategica che, tra le tante bizzarrie, Cossiga invece ebbe. Comprese che la caduta del Muro avrebbe avuto pesanti ripercussioni anche da noi. E che solo una rigenerazione avrebbe salvato la Repubblica dal fallimento. Indossò i panni del folle per gridare a squarciagola che il Re è nudo. Come Cassandra non è creduto e i nodi ben presto vengono al pettine”.

A cominciare dalle riforme costituzionali da molti reclamate e mai attuate (tranne il taglio dei parlamentari in questa legislatura su spinta dei grillini e acquattamento populista delle altre forze politiche). Armaroli ne trae spunto per delineare il bis di Giorgio Napolitano, prima assoluta, e poi di Sergio Mattarella, dando a Cesare quel che è di Cesare anzi a Stefano Ceccanti, costituzionalista del Pd, quel che è suo, visto “che fu l’unico fin dall’inizio a credere nel bis di Mattarella dopo tanti tanti no pronunciati dal presidente in carica. E ci ha visto giusto”.

La conclusione di Armaroli è definitiva. “Il Quirinale è la stella fissa del firmamento istituzionale. Ed è motivo di conforto che il suo inquilino abbia tutti i titoli per fare dall’alto del Colle buona guardia”. È la valutazione che tutti condividono nei riguardi di Mattarella. Ed è una consolazione per gli italiani che passando in rassegna i Presidenti attraverso il libro del costituzionalista e professore ordinario di diritto pubblico, possono guardare con qualche speranza in più ai prossimi, delicatissimi, passaggi politico-sociali. Anche di questo è giusto ringraziare Armaroli.

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