La guerra purtroppo è ancora in corso, ma una partita altrettanto decisiva per il destino dell’Ucraina si è aperta: la corsa agli aiuti. Memo all’Europa per gestirla con i tempi e le risorse giuste (e non ripetere gli errori del passato). L’analisi del professor Igor Pellicciari (Università di Urbino)

L’ultima visita a Kiev del sottoscritto risale a febbraio 2020, in missione per conto della Commissione europea. L’incarico era di coordinare un gruppo di esperti chiamati a valutare Pravo Justice, mega-progetto pluriennale europeo di rafforzamento della giustizia in Ucraina. Tra gli interventi di punta dei vasti programmi di aiuti di Bruxelles al Paese (iniziati già ai tempi della dissoluzione dell’Urss e proseguiti fino all’inizio della guerra).

Una clausola di riservatezza (standard in simili missioni) previene dal rilasciare dettagli sul corposo rapporto che concluse quella valutazione sull’impatto di decine di attività articolate su più componenti. In uno dei settori per definizione più delicati e politicizzati, non solo nei Paesi in transizione. Tuttavia, non infrange alcun impegno di confidenzialità rivelare un ostacolo incontrato da quel progetto, comune a molti altri interventi di assistenza tecnica.

Il problema riguardava il concordare con la controparte locale interventi strategici di lungo periodo, ad esempio nell’organizzazione complessiva del sistema giudiziario. La questione non dipendeva tanto dall’attitudine del versante ucraino (mosso da uno slancio europeista sincero, a tratti ingenuo) quanto dalla difficoltà della Ue nel negoziare con interlocutori politico-amministrativi sempre diversi a Kiev.

Il costante avvicendarsi di nuovi responsabili nei vecchi uffici delle istituzioni competenti portava spesso al disconoscimento di quanto fatto (e accettato) dai predecessori. In un continuo loop frustrante per il donatore. Non a caso, uno dei primi indicatori di stabilizzazione di un Paese in transizione è la continuità data agli indirizzi politici facilitata dal basso turn over nelle posizioni chiave della sua funzione pubblica.

Il caso di Kiev ricorda quanto incontrato nella maggioranza dei Paesi ex-comunisti dell’Est Europa. E rimarca che sotto il termine generico di “aiuti” sono raggruppate attività diverse che richiedono specifiche condizioni e modalità di realizzazione spalmate su archi temporali misurati anche in anni, se non decenni.

Ecco perché suscita più di un dubbio la Conferenza dei donatori per l’Ucraina tenutasi il 5 Maggio a Varsavia, ospitata congiuntamente da Polonia e Svezia in cooperazione con l’Ue, alla presenza del presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Con la partecipazione in collegamento da remoto anche del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.

A sorprendere è la tempistica della conferenza, a solo poche settimane dall’inizio del conflitto, che si aggiunge alle altre due grandi novità che la guerra in Ucraina ha registrato sul versante delle politiche di aiuto:

A) Muoversi immediato e compatto dei donatori occidentali fin dai primissimi momenti dell’invasione russa;

B) Aver annoverato formalmente la fornitura di armamenti come legittimo tipo di aiuto primario.

Una conferenza dei donatori in senso classico organizzata con tanto anticipo – ovvero a durata ed esito della guerra in corso del tutto sconosciuti – non poteva che discutere di interventi di emergenza e umanitari che nella crisi ucraina significano sostegno urgente a un numero enorme di profughi e sfollati (7,7 milioni interni e 5,2 milioni all’estero).

Poiché molti di loro si sono rifugiati in Polonia, ha un senso che i Donatori si siano dati appuntamento a Varsavia, anche se la circostanza stimola due considerazioni politiche di non poco conto.

La prima è il risalto che la conferenza ha dato al premier polacco Mateusz Morawiecki, solo pochi mesi dopo un suo criticatissimo discorso al Parlamento europeo, al culmine di uno scontro frontale con la Commissione europea.  Poiché i motivi scatenanti di quella tensione sono rimasti, si può dedurre che la necessità di fare fronte comune davanti a Mosca abbia portato le parti a congelare (per il momento?) i dissidi.

Il secondo aspetto riguarda più da vicino noi e la forza e velocità con cui Bruxelles ha risposto alla richiesta di aiuto della Polonia nel gestire la crisi dei profughi, dandole rilevanza europea. È una giusta e forte mobilitazione politica che però va in senso opposto all’approccio avuto per anni dalla stessa Ue davanti al cronico problema dei migranti in arrivo sulle coste italiane dal Nord Africa, trattato come questione di carattere regionale\nazionale, da gestire con i superati accordi di Dublino e missioni (da Frontex a Irini) gestite con piglio più burocratico che operativo.

Infine, le maggiori perplessità sulla conferenza riguardano alcune sue dichiarazioni politiche decisamente premature che hanno auspicato l’uso delle risorse raccolte dai donatori (per ora 6 miliardi, in futuro di certo molti di più) per interventi di ricostruzione delle infrastrutture e del sistema economico ucraino.

Evocare ora, a conflitto ahimè ancora aperto e attivo, interventi quadro tipici di una fase post-bellica non è saggio né politicamente (corre il rischio di alzare la tensione invece che stemperarla) né tecnicamente (impossibile allocare risorse e programmare interventi per coprire bisogni complessi di cui non si sa ancora l’entità).

L’unico effetto sortito da queste dichiarazione è di alzare il sospetto che sull’Ucraina sia già in atto un posizionamento verso quella che sarà nel dopoguerra una controversa e critica fase di Aiuti internazionali già vista in tanti altri scenari, dalla Bosnia all’Afghanistan passando per il Kosovo. Uguale a sé stessa, nonostante risaputi problemi di ridondanza, efficacia e sostenibilità dei risultati.

Dove – dalla competizione dei Donatori fino al sovraccarico e sovrapposizione degli aiuti, i primi a beneficiare della ricostruzione sono i soggetti che la gestiscono. E non necessariamente quelli che la finanziano.

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