Dopo la tornata amministrativa di metà giugno, referendum sulla giustizia compresi, si viaggia verso le elezioni politiche. Con schieramenti lacerati, no-Draghi contro atlantici, alleanze innaturali, primarie immaginarie e il coperchio di una nuova legge elettorale sulla pentola che bolle. Il mosaico di Carlo Fusi per orientarsi nella confusione italiana

Il ministro della Salute e numero uno di LeU, Roberto Speranza, assicura che Giuseppe Conte non farà la crisi. Il non detto è che in quel caso limite, il suo partito non seguirebbe i Cinquestelle e anche il Pd prenderebbe le distanze. Si può aggiungere che neppure Matteo Salvini strapperà, nonostante gli improvvidi annunci di viaggi a Mosca o Ankara. Una diplomazia parallela, quella del leader leghista, che forse risponde a logiche elettorali, anche se è difficile credere che le urne si riempiano in virtù di simili azzardate mosse. Ma che certamente mette in imbarazzo quella ufficiale rappresentata da Mario Draghi, che con Putin ci parla davvero, e Luigi Di Maio. La diplomazia, cioè, di un Paese membro della Ue che è schierato contro l’invasione russa in Ucraina e lavora non solo per la pace – quella che però “deve stabilire Zelensky” – ma anche per attenuare alcune delle sue conseguenze più gravi come l’emergenza alimentare.

Spiazzare palazzo Chigi in questo momento non solo non è possibile ma neppure conviene, e questo Salvini lo sa benissimo. Anche per averlo imparato a proprie spese sul Ddl concorrenza, sul fisco e magari a breve pure sulla giustizia. Tutti dossier su cui si sono scaricate le tensioni dell’ex binomio gialloverde (con alcune spurie incursioni di altri partiti della maggioranza) ma che alla fine sono o stanno per essere condotte in porto da SuperMario a prezzo certo di qualche compromesso assai al ribasso,  ma senza che il treno dell’esecutivo corra o abbia mai corso seri pericoli di deragliamento.

Che significa tuto questo? Che la confusione sotto il cielo della politica è massima e che tuttavia la situazione, al contrario di quel che auspicava Mao Tsedong, è tutt’altro che eccellente. Il perché è semplice. Il governo Draghi, nato sull’onda del pericolo Covid e sulla necessità di “mettere a terra” il Pnrr, ha via via mutato connotati e si è trovato ad affrontare la guerra in Ucraina che mette a rischio non solo i confini europei ad Est ma minaccia di squassare alla base alcuni dei pilasti della way of life occidentale. Col Recovery da attuare (e va ricordato che l’Italia beneficia del livello di fondi più alto di tutti) e con i cannoni che tuonano, provocare una crisi che minaccia di precipitare in elezioni anticipate in autunno con la legge di bilancio da allestire, rappresenterebbe un’ondata di irresponsabilità che nessuna forza politica, forse nemmeno d’opposizione, intende cavalcare.

Però c’è un dopo, che si avvicina a grandi passi. Dopo la tornata amministrativa di metà giugno, referendum sulla giustizia compresi. E soprattuto dopo le elezioni politiche del prossimo anno. Ben sapendo che gli attuali schieramenti di centrodestra e centrosinistra sono profondamente lacerati al proprio interno e che il vero buco nero italiano è la governabilità sfuggente e apparentemente irraggiungibile, alcuni politologi (ma non solo loro) hanno cominciato a ragionare su possibili nuove alleanze: i no-Draghi da una parte, cioè Berlusconi, Conte e Salvini; e gli “atlantici” dall’altra, ossia Pd e Fdi.

Alleanze innaturali, soprattutto l’ultima, e che risulterebbero impossibili con l’attuale sistema elettorale. Per cui è partita un’altra, doppia, tendenza: da una parte la spinta a cambiare in senso proporzionale il sistema di voto di modo che ciò che è impossibile in campagna elettorale diventi un obbligo ad urne chiuse; e dall’altra a lasciare tutto come sta viste anche la difficoltà di arrivare ad intese su un terreno così delicato, e perciò spingere Enrico Letta e Giorgia Meloni a correre da soli, in una torsione maggioritaria che dovrebbe far rivivere l’archetipo politico di 25 anni fa. Non è un caso che in questa direzione si avventurino personaggi come Giuliano Ferrara.

Tuto questo però non aiuta a diradare la confusione, anzi la accresce.  Come pure l’idea di primarie comuni nel Campo Largo (ma fino ad un ceto punto) tra Pd e M5S. Si parte dalla Sicilia ma c’è già chi vorrebbe esportare l’esperimento nel Lazio, dove risulterebbe piuttosto surreale immaginare costituency unitarie laddove ci si divide fino allo scontro totale su un termovalorizzatore.

La verità è che nessuno sembra possedere la necessaria lungimiranza per immagine in che direzione far viaggiare il Paese una volta chiuse le urne e l’esperienza di Draghi. Le convergenze politiche si strutturano sulla base di progetti e visioni comuni sul futuro. Al momento, ognuno sembra procedere per conto suo. Mettere il coperchio della riforma elettorale su una pentola che bolle forse non è la mossa più adeguata. Ma frutto di un pensiero del tutto magico è immaginare di lasciare andare le cose su un piano inclinato sperando che ancora una volta ci salvi lo Stellone. Piuttosto, assomiglia alla ricetta per il disastro.

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