La banca centrale americana alza il costo del denaro di 0,50 punti, allontanando lo spettro di una stretta troppo repentina. I mercati ringraziano e i rendimenti sui titoli italiani si raffreddano. Ma governatore della Federal Reserve e analisti avvertono: il vero nemico è l’inflazione e non la recessione. Intanto la Bank of England porta i tassi all’1%

Alla fine il pericolo è stato scampato, per ora. La Federal Reserve, come raccontato ieri da Formiche.net, ha dato una nuova stretta al costo del denaro, innalzando i tassi di 0,50 punti. Il che, ai mercati, è parsa subito una buona notizia, se non altro perché molti analisti si aspettavano un rialzo ben più robusto, dell’ordine di 0,75 punti. Forse, lo stesso governatore della Fed, Jerome Powell, deve aver capito che forzare troppo la mano sarebbe stato controproducente per i titoli di Stato delle principali economie.

A buon vedere, visto che ieri il bund tedesco, il titolo di riferimento dell’area euro, ha toccato nuovamente quota 1%, dopo quasi sette anni. E il rendimento del Btp decennale italiano, nel tardo pomeriggio ha raggiunto quota 3%, ai massimi da oltre due anni. Un aumento spropositato del costo del denaro avrebbe certamente impattato in modo significativo sui premi promessi dai governi a chi sottoscrive le emissioni sovrane.

Per questo la mossa della Fed è risultata tutto sommato gradita ai mercati. Tutte le principali piazze, da Parigi a Francoforte passando per Piazza Affari, hanno aperto gli scambi in rialzo. E gli stessi future di Wall Street hanno tirato il fiato: -0,22% il Dow Jones e -0,34% l’S&P500) con il rendimento del Treasury Usa a 10 anni che resta a ridosso del 3% al 2,954%. A cascata, lo spread Btp/Bund ha ripiegato a 196 punti base, con i rendimenti sul decennale al 2,9%.

Tornando alle mosse di Powell: secondo il numero uno della Fed “l’inflazione è troppo alta ed è essenziale abbassarla. Senza stabilità dei prezzi l’economia non funziona per nessuno. Riportare la stabilità è essenziale, nessuno pensa che sarà facile ma una volta raggiunta sarà un bene per tutti. La Fed ha gli strumenti per ridurre i prezzi e si sta muovendo rapidamente per farlo”.

D’altronde, “l’inflazione negli Stati Uniti è in corsa ormai da mesi e in marzo è volata all’8,5%, il livello più alto da quaranta anni, mentre nei paesi Ocse è salita addirittura all’8,8%, ai massimi dal 1988. Al momento non si intravede all’orizzonte negli Stati Uniti una frenata dei prezzi nonostante il rallentamento dell’economia, che nel primo trimestre si è contratta a sorpresa dell’1,4%”. Non poteva mancare, comunque, il fattore Ucraina.

Il quale “è probabile che crei ulteriori pressioni al rialzo per l’inflazione oltre a pesare sull’attività economica. Inoltre i lockdown per il Covid in Cina potrebbero esacerbare le difficoltà delle catene di approvvigionamento”. Insomma, se una recessione nel 2023 è data quasi per scontata dagli analisti la vera paura è quella di un’inflazione alta e di una crescita bassa, un fenomeno molto più difficile da combattere.

Intanto la Banca d’Inghilterra ha alzato i tassi di interesse al loro livello più alto dall’ultima crisi finanziaria e ha avvertito che la crescita dell’economia del Paese rischia di continuare a ridursi sotto la morsa dell’inflazione. L’aumento all’1% dallo 0,75% definito dalla banca nel suo meeting di maggio è stato sostenuto da sei dei nove membri del board, con tre voti che si sono espressi invece per un rialzo di 50 punti base. Questi ultimi, Michael Saunders, Catherine Mann e Jonathan Haskel, sono infatti particolarmente preoccupati per l’aumento della crescita dei salari.

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