I rapporti tra Italia e Stati Uniti si confermano solidi e non è una sorpresa. Ma nella visita di Draghi da Biden c’è la nascita di un asse che può mettere alle corde il gioco di Putin in Est-Europa. Il commento di Giovanni Castellaneta, già ambasciatore a Washington DC

Il vertice bilaterale tra Mario Draghi e Joe Biden non poteva svolgersi in un momento più favorevole per l’Italia a livello internazionale (ovviamente al netto dei tragici avvenimenti in Ucraina).

Come ipotizzato alla vigilia, il premier italiano ha potuto far valere alla Casa Bianca tutto il suo prestigio internazionale e la sua autorevolezza in una fase delicata per diversi motivi: dal rallentamento dell’economia globale alla ridefinizione dei rapporti di forza in Europa, l’Italia può giocare un ruolo di primo piano proprio grazie alla figura di Draghi.

Ovviamente l’incontro a Washington ha dovuto prendere le mosse dalla guerra tra Russia e Ucraina, in una fase in cui Vladimir Putin si trova sempre più in difficoltà per la lentezza con cui si stanno svolgendo le operazioni militari.

Draghi e Biden hanno giustamente ribadito come l’invasione dell’Ucraina abbia prodotto un rafforzamento delle relazioni transatlantiche e un rilancio della Nato che, dallo status di “morte clinica” (per definizione di Emmanuel Macron) di alcuni anni fa, è ora tornata al centro delle questioni strategiche con Paesi tradizionalmente neutrali come Finlandia e Svezia che non vedono l’ora di accedere.

Del resto, di fronte a un’Europa (finalmente) più compatta e assertiva, nonostante la contrarietà isolata dell’Ungheria quale testa di ponte della Russia nell’Ue, Putin è stato costretto a ridimensionare la propria postura aggressiva. Il discorso durante la parata militare del 9 maggio, improntato su toni meno minacciosi di quanto ci si attendesse, è stato rivelatore delle difficoltà che Mosca sta sperimentando sia sul terreno che a livello internazionale.

Dunque, l’auspicio è che Draghi e Biden abbiano discusso di come avviare una seconda fase del conflitto improntata su basi più diplomatiche: una Russia ridimensionata nelle proprie ambizioni e anche indebolita dalle ingenti perdite militari potrebbe essere più facilmente indotta ad accordare un “cessate il fuoco” e a intavolare trattative per definire il nuovo assetto della regione, sfruttando anche l’apertura di Zelensky relativa alla rinuncia alla Crimea da parte dell’Ucraina.

Il rilancio della relazione transatlantica passa anche da una nuova governance europea. Il discorso di Draghi della scorsa settimana al Parlamento di Strasburgo rappresenta un forte esercizio di leadership e di visione, tesa a superare la “camicia di forza” dell’unanimità e ad aprire il terreno per una UE a “cerchi concentrici”.

Una riforma del genere consentirebbe di ampliare lo spazio democratico europeo al contempo di migliorare l’efficienza dell’Ue, andando incontro anche alle aspettative americane che vorrebbero un’Europa più autonoma e in grado di fare la sua parte nell’ottica di una migliore divisione di compiti e responsabilità internazionali.

All’interno di questo processo si può ulteriormente rafforzare la cooperazione tra Italia e Stati Uniti, già molto solida in diversi ambiti: dalla difesa alla ricerca, passando per le relazioni commerciali e anche per la cooperazione sanitaria (come dimostrato dal fronte comune contro il Covid dopo che Trump aveva cercato di minimizzare la portata della pandemia).

Una vicinanza  sicuramente confermata anche nel proseguimento della visita di Draghi durante l’appuntamento alla Camera con Nancy Pelosi come noto assai orgogliosa della sua decorazione di cavaliere di gran croce della repubblica italiana e  coronamento  ideale di questa fase positiva per le relazioni bilaterali e su cui il Governo dovrebbe capitalizzare per contare di più in Europa e nel mondo

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