Dopo il naufragio dell’operazione con Mps e lo stop all’assalto alla russa Otkritie, la guerra si porta via la fusione con Commerzbank, messa in cantiere a inizio anno. Intanto a piazza Gae Aulenti si lavora al disimpegno dalla Russia che può costare fino a 5,3 miliardi

Potevano essere le nozze dell’anno e invece niente da fare, qualcuno al Cremlino ha deciso, senza saperlo, che il matrimonio non s’aveva da fare. C’è mancato davvero poco che Unicredit e Commerzbank, ambedue seconde banche in Italia e Germania, si unissero per dare vita a un polo bancario italo-tedesco dalle notevoli dimensioni, tra i primi in Europa.

Ma la guerra scatenata dalla Russia ha spazzato via tutto, sepolto un deal che poteva dare ad Andrea Orcel, ceo di Unicredit, quel matrimonio tanto desiderato dopo il naufragio, lo scorso autunno, di un’altra fusione eccellente, quella tutta tricolore con il Monte dei Paschi. E pensare che, come raccontato dal Financial Times, tutto era già pronto. Le due banche stavano infatti per avviare trattative per un’operazione straordinaria prima che la Russia invadesse l’Ucraina. Lo stesso Orcel aveva pianificato a inizio anno colloqui informali per una possibile fusione tra la controllata di Unicredit teutonica Hvb e l’istituto tedesco, con il collega Manfred Knof.

L’operazione aveva il suo perché. Sull’onda della crisi finanziaria globale, Commerzbank era stata salvata dieci anni fa dal fallimento dal governo Merkel che ne aveva rilevato una quota del 15%. L’ingresso dello Stato non aveva tuttavia risolto i problemi di Commerzbank, banca essenzialmente di territorio, molto legata alle economie dei Lander e dalla natura cooperativa. Rimaneva l’esigenza di individuare uno sposo e portarlo sull’altare.

Per questo per i tedeschi la fuga di Unicredit all’indomani dello scoppio della guerra è l’ennesima sinergia sfumata in pochi anni. Nel 2019 fu la Deutsche Bank a tentare il colpaccio, ma la fusione tra le prime due banche tedesche fu sventata dai dubbi di alcuni top manager sulla convenienza dell’operazione. E già allora erano circolate anche voci su un possibile interesse di Unicredit.

E che una fusione di questo calibro (secondo i primi calcoli il deal avrebbe portato alla creazione della seconda più grande banca tedesca con asset per 785 miliardi di euro, 1.000 filiali e 48.000 dipendenti) interessasse anche allo stesso Orcel è provato dall’ intervista concessa in queste ore dal manager ex Merryll Lynch a Bloomberg, nel quale Orcel spiega come “Unicredit è stata costruita con una visione e la visione è quella di essere la banca per l’Europa. Grazie alla presenza in 13 Paesi, è in una posizione unica per rafforzare la sua posizione nel nostro perimetro”.

E poi la prospettiva di un’era di tassi di interesse più alti aveva reso il deal più appetibile. Lo dimostra la reazione del titolo di Commerzbank sul Dax di Francoforte, salito fin dalle prime battute dell’1% a 6,8 euro ad azione. Come a dire, gli investitori ci credono. O meglio ci credevano. Sullo sfondo, e qui la fusione con Commerzbank ci poteva mettere una pezza, rimane il delicato disimpegno di Unicredit dalla Russia che può costare a piazza Gae Aulenti fino a 5,3 miliardi di perdite, per il momento solo parzialmente mitigate dall’accantonamento straordinario di 1,3 miliardi.

La banca italiana — che proprio pochi mesi fa aveva messo in cantiere un secondo deal, quando era a un passo dal comprarsi Otkritie, una delle principali banche dell’ex Urss — insieme all’americana Citigroup sta lavorando all’ipotesi di uno scambio di asset (asset swap) con istituzioni finanziarie russe. Al punto da aver ricevuto diverse offerte per l’acquisto della sua filiale locale da quando Orcel ha dichiarato a marzo che l’istituto sta valutando la possibilità di uscire dal Paese.

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